Metodo di studio

Sempre più studenti arrivano alla fine del percorso liceale senza aver sviluppato un metodo di studio. Innanzitutto, bisogna dire che non esiste un metodo di studio universale, perché ognuno sviluppa un metodo in base al proprio modo di ragionare e memorizzare.

Metodo di studio

Ho iniziato a sviluppare un metodo di studio già nella scuola media per poi, ovviamente, perfezionarlo al liceo e all’università.

Ho utilizzato questo metodo per studiare vari tipi di materie ed esami (filosofia, storia, letteratura, diritto, psicologia ecc…) ma andrebbe adattato se studiamo materie come fisica, matematica, chimica, lingue ecc…

 

Ho articolato il mio metodo in questi punti:

 

Ho aggiunto delle riflessioni su:

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FAD (Formazione a distanza) – La mia esperienza

Mi sveglio presto, preparo il caffè, mi faccio la doccia e mi metto al lavoro. Nonostante la chiusura delle scuole, non ho voluto perdere il ritmo e ho cercato di reagire analizzando prima la situazione e poi mettere in atto un metodo che fosse efficace.
L’insegnamento a distanza (o FAD, formazione a distanza) è in parte diverso dall’insegnare in classe, ha le sue caratteristiche specifiche e può essere declinato in vari modi.

Ho insegnato italiano agli stranieri online per diverso tempo e so perfettamente che i problemi di una didattica a distanza sono soprattutto il coinvolgimento e l’efficacia. Sperando che gli strumenti e la connessione non diano mai problemi.
Quando si parla di formazione a distanza (FAD) è importante tenere presenti, quindi, sia l’aspetto didattico che quello pedagogico.

L’aspetto pedagogico della FAD

L’insegnamento nasce da una relazione e si nutre di relazioni tra studenti e insegnanti. Diventa, pertanto, fondamentale trovare il modo di coinvolgere gli studenti, anche emotivamente, per superare la barriera dello schermo, della connessione, della webcam e degli audio, a volte tenuti spenti per non appesantire la connessione. Se per un adolescente è già difficile seguire una didattica online, lo è ancora di più in un contesto di isolamento, dove vengono meno la socialità e la vicinanza umana con gli insegnanti e con i compagni.

Tomas Cipriani - FAD

Oltre ad aver immediatamente attivato le lezioni online, con la scuola abbiamo cercato di realizzare attività extrascolastiche che fossero da stimolo e da supporto per gli studenti: rassegna stampa, club di lettura, cineforum settimanale e anche un gruppo di giochi di società. Le attività extrascolastiche non hanno tanto il compito di riempire la giornata, quanto quello di offrire momenti di riflessione, di stimolo e di vicinanza.
In questo modo, diversificando attività, materiali, lezioni e incontri si è cercato di sviluppare le competenze e accrescere le conoscenze dei nostri studenti.

L’aspetto didattico della FAD

Per quanto riguarda l’aspetto più strettamente didattico, la didattica a distanza ha le sue opportunità e i suoi limiti. Innanzitutto, non si possono tenere gli studenti 6-8 ore davanti a uno schermo, quindi è necessario bilanciare le ore online con alcune attività da svolgere offline. In secondo luogo, uno studente che è costretto, per motivi di connessione, a tenere audio e video disattivati è più facile che si distragga, a meno che non sia fortemente motivato.

Far sentire altre voci

Per tenere alta la motivazione, generare interesse, approfondire temi e stimolare discussioni ho chiesto la collaborazione di alcuni esperti e diversi docenti universitari. Prima di ogni incontro insieme con i colleghi abbiamo introdotto l’argomento e gli studenti hanno ricevuto del materiale che li preparasse. Dopo l’incontro, poi, ci sono sempre stati  momenti di riflessione e restituzione. L’idea è quella di inserire sempre questi interventi in un contesto didattico più ampio.

Incontri - FAD

Diversificare le attività

Ho cercato di variare le attività da svolgere offline: oltre alle classiche presentazioni, comprensioni del testo, realizzazioni di mappe concettuali e letture in autonomia ho realizzato personalmente alcuni video, quiz, cruciverba didattici e anche escape room virtuali. In questo modo potevo monitorare la costanza del lavoro degli studenti senza cadere nella monotonia che riduce, ovviamente, l’attenzione.

Attività didattiche

Utilizzare i social

Infine, un altro canale che ho utilizzato è quello dei social network. Dato che molti studenti utilizzano Instagram, mi son servito di questo social per creare quiz, generare discussioni su alcuni dilemmi filosofici e condividere letture e citazioni. Gli studenti hanno partecipato a molte iniziative in maniera autonoma e, in questo modo, hanno potuto sperimentare anche altri modi di utilizzare social e internet.

Tomas Cipriani - Instagram

La valutazione

Infine, la valutazione: insegnando storia e filosofia, oltre a comprensioni di testo ed elaborati da consegnare, ho incentrato i momenti della valutazione in discussioni online, con webcam e microfoni attivi. Ho così dato agli studenti l’opportunità di gestire, in alcuni casi, le tempistiche delle varie verifiche e arrivare a risultati che, in alcuni casi, sono stati più che accettabili. Educare e formare significa solo in parte – e nemmeno la più importante – valutare e per questo, benché abbia preteso serietà da parte degli studenti, mi son rifiutato di vivere la valutazione come un’ossessione.

Registro di classe

Le mie considerazioni

Preparare le lezioni, intervenire online, interrogare, preparare materiali e attività, organizzare gli incontri, comunicare con i genitori, mandare i report alla scuola, fermarsi a parlare con alcuni ragazzi che più hanno bisogno di motivazione… tutto questo, ovviamente, aumenta di molto il carico del lavoro. A volte, tra e-mail e messaggi sembra non ci sia possibilità di staccare.

D’altro canto, però, in una situazione straordinaria non si può agire in modo ordinario. I ragazzi e i genitori hanno spesso reagito bene e hanno saputo valutare il lavoro e la fatica nel gestire tutto e per un insegnante questo è ciò che più ripaga.
Devo, poi, riconoscere che ho la fortuna di lavorare per una scuola che mi ha sempre dato pieno supporto e libertà e ho colleghi con cui sono riuscito a lavorare in modo proficuo e  che hanno reso il carico più leggero e la FAD più stimolante, per gli studenti e per me.

La scuola può diventare veramente di tutti, portando avanti anche chi ha potenzialità che si esprimono in forme diverse dai canoni didattici consolidati. L’attenzione e, in alcuni casi l’entusiasmo, che la nuova didattica ha suscitato può servire da monito per far sì che anche in condizioni di normalità si possano superare le abitudini didattiche consolidate e utilizzare nuovi strumenti e metodi.

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Debate: l’arte di vincere con le parole

Il debate è una metodologia didattica che permette di sviluppare diverse competenze trasversali, esercitando soprattutto il pensiero critico e la comunicazione efficace. Un debate è una discussione formale, non libera, nella quale due squadre sostengono e controbattono un’affermazione data, ponendosi in un campo (PRO) o nell’altro (CONTRO).  Mentre in una discussione libera si coltiva una conversazione senza precise regole, allo scopo di rispondere ad una domanda aperta, in un dibattito la domanda attorno alla quale si ragiona è chiusa e richiede di schierarsi apertamente o per il SÌ  o per il NO. Proprio per la sua formalità il debate prevede la presenza di un moderatore e di un timekeeper.

Debate

I debater (coloro che discutono) devono documentarsi,  suddividersi i compiti, prevedere una strategia di interventi, formarsi un’opinione (non necessariamente la propria) e difenderla. Caratteristica essenziale del dibattito, infatti, è la possibilità di essere chiamati a difendere opinioni in contrasto rispetto a quanto si pensa effettivamente, chiedendo quindi al debater una forma di flessibilità mentale e di apertura alle visioni degli altri. Per questo il debate ha una importante funzione educativa. Il debate non è semplicemente public speaking, perché quest’ultimo è centrato sull’individuo mentre il debate è un lavoro di squadra. 
Essendoci una squadra che vuole contrastare le nostre argomentazioni, il debate obbliga gli studenti a motivare le proprie opinioni, attraverso l’osservazione e l’analisi, sviluppando il senso critico.

Debate


Elementi del debate

Gli elementi e i momenti che compongono il debate sono i seguenti:

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La classe capovolta (flipped classroom)

La classe capovolta (flipped classroom) è una metodologia didattica ideata da Jonathan Bergmann e Aaron Sams, due insegnanti di chimica in una scuola del Colorado (USA). Il primo manuale in lingua inglese risale al 2012.

La classe capovolta

Il metodo consiste nell’assegnare del materiale (video, podcast, testi ecc…) che permettano allo studente di prepararsi sulla lezione in modo autonomo, a casa, seguendo i propri ritmi e tempi. Successivamente, in classe, il docente non ripete la lezione in modo frontale ma si limita a chiarire dubbi e difficoltà e, in seguito, propone delle attività per permettere agli studenti di applicare e analizzare quanto imparato, confrontandosi con i pari e producendo qualcosa che sia da ulteriore stimolo.

La classe capovolta

La struttura della lezione

Avendo già accennato a una macrostruttura della lezione, possiamo articolarla in questo modo:

  • Presentiamo un argomento cercando di generare l’interesse da parte dei nostri alunni e diamo loro del materiale per affrontare il tema in modo autonomo. Il materiale (come la videolezione) dovrebbe presentare i contenuti comunque in forma problematica e non semplicemente espositiva.
    Il docente in questa fase predispone tutto l’occorrente all’apprendimento autonomo.
  • In classe gli studenti sono chiamati a svolgere delle attività, eseguendo dei compiti di realtà, producendo del materiale (relazioni, presentazioni, infografiche, ricerche, applicazioni ad altri problemi delle conoscenze acquisite ecc…), utilizzando anche strumenti tecnologici e collaborando con i compagni.
    Il docente in questa fase segue i lavori e fa da guida e da supporto agli studenti.
  • Successivamente, sempre in classe, ci si confronta su quanto appreso e su quel che si è prodotto. 
    Il docente, in quest’ultima fase, modera gli interventi e guida gli studenti verso l’autovalutazione.

La classe capovolta

Osservazioni finali

La classe capovolta ha l’indubbio vantaggio di permettere agli studenti di apprendere seguendo i propri ritmi e le proprie strategie, dedicando più tempo in classe agli approfondimenti e all’applicazione di ciò che si è imparato.
Questo tipo di metodologia è di grande aiuto anche per gli studenti che più hanno difficoltà a rimanere concentrati in classe o che sono più lenti nel processo di apprendimento. Inoltre, la classe capovolta permette anche agli studenti con impegni di varia natura (come gli studenti-atleti) di non perdere mai delle preziose spiegazioni (è proprio per risolvere il problema dell’assenteismo che Bergmann e Sams hanno ideato questo metodo).

Uno dei perni fondamentali di questa metodologia è la motivazione. Bisogna mantenere viva la motivazione degli studenti nei processi di apprendimento autonomo: mentre in classe un insegnante può dialogare, richiamare l’attenzione, sollecitare gli interventi che coinvolgano gli studenti, in autonomia questo è pressoché impossibile e bisogna adottare altre strategie (approcci multimediali e multisensoriali, presentazioni più efficaci ecc…) che richiedono molto tempo nella preparazione. Bisogna, altresì, mantenere viva la motivazione in classe nelle attività da svolgere, variando  il tipo di attività e le modalità di cooperazione tra pari. Infine, gli studenti devono avere una buona autodisciplina e organizzazione per mantenere il lavoro costante e questo richiede anche una buona dose di maturità.

Se concepiamo la scuola non semplicemente come un luogo di trasmissione di nozioni ma una palestra per sviluppare in modo più articolato conoscenze e competenze, dobbiamo ideare lezioni e attività che vadano in tale direzione e la classe capovolta è una metodologia fondamentale, da questo punto di vista.


Bibliografia e sitografia:

J. Bergmann,  A. Sams – FlippedClass.com

M. Maglioni, F. Biscaro – La classe capovolta. Innovare la didattica con il flipped classroom, Erickson, 2014

La classe capovolta – Flipnet.it

Formerete –  Flipped explained (Video)

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La lezione segmentata (chunked lesson)

La lezione segmentata (chunked lesson) è una modalità didattica sviluppatasi negli ultimi anni.

Il segmento

Il primo a utilizzare il termine chunk è stato lo psicologo A. Miller in un articolo del 1956. Nel 2016 Richard M. Felder e Rebecca Brent, esperti di insegnamento, definiscono tale termine in questo modo: “una serie di informazioni che la nostra mente può percepire come una singola unità”. Pertanto, possiamo vedere la segmentazione come una tecnica di scomposizione in parti più piccole di un contenuto.

La lezione segmentata

L’idea della lezione segmentata nasce in seguito ad alcuni studi del 1996 compiuti da Joan Middendorf e Alan Kalis. Tali studi hanno dimostrato il calo drastico dell’attenzione da parte degli studenti in una normale lezione frontale con la conseguente riduzione di memorizzazione e comprensione degli argomenti trattati.
I due studiosi hanno proposto, pertanto, di variare e frammentare la lezione in segmenti da 10 minuti, alternando spiegazioni ad attività che permettessero di rielaborare e applicare le conoscenze acquisite.
Studi più recenti hanno dimostrato una certa efficacia di tale modalità didattica nel tenere viva l’attenzione.

La struttura della lezione

Premettendo che variare è la modalità più efficace per tenere viva l’attenzione e generare interesse, possiamo pensare a una struttura di questo tipo (per 55 minuti di lezione):

5 min. – Richiamo delle preconoscenze sull’argomento che stiamo per trattare;
10 min. – Lezione diretta di un buon livello (come se parlassimo ai più bravi della classe);
10 min. – Attività con studenti divisi in gruppi. La suddivisione in gruppi permette il confronto tra pari: gli studenti potranno chiarire i propri dubbi chiedendo ai compagni (peer tutoring).
5 min. – Restituzione collettiva
10 min. – Nuova lezione diretta
5 min. – Nuova attività
10 min. – Restituzione e conclusione collettiva

Chunked lesson - Lezione segmentata

Importante, sia tra le attività che nella lezione diretta, è l’uso di materiali multimediali: slide, video, bacheche virtuali, creazione di fogli virtuali in modalità wiki ecc.. Tutto questo sempre nell’ottica di rendere a lezione il più efficace possibile.

Le attività

Le attività da proporre possono essere le più varie: creazione di mappe, riassunti, schemi, formulazione di domande, lettura e analisi del materiale di approfondimento ecc…
Ogni attività andrà pianificata con l’obiettivo specifico di sviluppare determinate competenze.

Osservazioni finali

La lezione segmentata è uno strumento efficace ma, come tutti gli strumenti, richiede del tempo per essere utilizzata con dimestichezza. La chunked lesson necessita di una programmazione dettagliata, anche se non eccessivamente rigida, di continue variazioni e, soprattutto, deve modellarsi sulla classe ed essere utili anche a quegli studenti che presentano disturbi nell’apprendimento. Obiettivi non facili, specialmente per il tempo richiesto, ma nell’ottica del miglioramento offrono una buona strategia.


Bibliografia e sitografia:

A. Miller, The Magical Number Seven, Plus or Minus Two: Some Limits on Our Capacity for Processing Information, in «The Psychological Review», 1956, vol. 63.

Chunking – A Teaching Technique (video)

Educational Innovation, Small changes in teaching: the first 5 minutes of class, The University of Sydney, 9 aprile 2016

Danny Lyu, Chunking your class – lessons we learnt from observing other lecturers, The University of Sydney, 19 settembre 2016

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E-learning: il futuro dell’apprendimento

Internet e le nuove tecnologie rappresentano una rivoluzione epocale, in grado di trasformare ogni campo della società. Tale rivoluzione, però, non è stata ancora pienamente recepita dal sistema scolastico italiano che rimane strettamente legato agli antichi modelli di insegnamento. Riflettere su come sfruttare la rivoluzione digitale per rendere l’insegnamento più efficace è una sfida che coinvolge tutti quelli che lavorano in quest’ambito.

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Nativi digitali, analfabeti digitali

I millennials vengono spesso definiti “nativi digitali”, intendendo con questa espressione degli individui che considerano la tecnologia come un elemento naturale. La definizione di nativi digitali contrapposta agli immigranti digitali è stata proposta nel 2001 da Marc Prensky, nel saggio Digital Natives, Digital Immigrants [1]. Al di là del dibattito sulla scientificità o meno di questa espressione, si può osservare come essere nativi non implica necessariamente il sapere utilizzare al meglio ciò che si considera naturale. Come avviene con le lingue, si può avere come lingua nativa l’italiano e non conoscere a fondo la grammatica o non saper usare la lingua in modo appropriato. Con le tecnologie avviene lo stesso. Moltissimi giovani usano le tecnologie in modo naturale ma estremamente limitato: non sanno come effettuare delle ricerche in modo efficace, non sono capaci di scegliere le parole-chiave (keywords) giuste, non sono in grado di selezionare e discernere le fonti, non sanno cosa sia e come funzioni una newsletter, usano poco le email, non hanno la capacità di curare la propria esposizione sul web, non conoscono le leggi che vigono su internet e neppure i codici di condotta virtuali (netiquette) che regolano le interazioni. In poche parole: molti nativi digitali sono analfabeti digitali.
Osservando la situazione in questo modo ci è più facile comprendere perché l’uso diffuso delle tecnologie non abbia portato a un sostanziale miglioramento delle conoscenze, come molti teorici sostengono [2], e in che modo si possono inquadrare molti fenomeni di cyberbullismo così come i veri e propri crimini su internet (dalle violazioni dei diritti d’autore alle forme di persecuzione o alla violazione della privacy). A tal proposito, è bene notare che gli incontri che vengono organizzati tra i ragazzi e i vari esperti (psicologi, poliziotti, ingegneri informatici ecc…) servono soprattutto a sensibilizzare sulle conseguenze di certi atti, non a educare a un uso migliore di tali tecnologie. Non sarebbe neppure efficace pensare a delle lezioni frontali in cui spiegare come internet possa essere utile e come utilizzarlo. Per educare i nativi digitali è necessario utilizzare la stessa lingua.

I vantaggi della piattaforma e-learning

L’e-learning è una metodologia di apprendimento basata sull’uso delle nuove tecnologie [3]. Tale metodologia di apprendimento è oggi sempre più frequente nel mondo anglosassone, soprattutto in ambito universitario, e nel mondo aziendale ma risulta ancora estraneo al sistema scolastico italiano.
Le piattaforme e-learning sono dei siti web a cui accedono studenti e insegnanti per condividere del materiale didattico. Tale materiale viene presentato in modo da permetterne un uso autonomo da parte dello studente e per questa ragione si parla di e-learning e non e-teaching, dal momento che l’autonomia di chi apprende rimane centrale. Il materiale viene presentato per lo più come forma di corsi [4], con letture, video, esercizi con correzione automatica e spazi dove permettere una riflessione più articolata che può essere condivisa e discussa con altri studenti.
L’e-learning, è bene dirlo in modo esplicito, non sostituisce la didattica tradizionale ma ne è un valido supporto. La didattica frontale, specialmente se consente le interazioni, e la guida di un tutor esperto della materia sono ancora oggi i metodi più efficaci di apprendimento stabile.
La piattaforma non è un social network perché, anche se sono possibili delle forme di interazione tra studenti, l’obiettivo non è quello di creare dei legami sociali o mantenere dei contatti e l’accesso alla piattaforma è possibile fintanto che si è legati alla istituzione/scuola, avendo pertanto un numero di partecipanti ristretto.

Come strutturare la piattaforma e-learning

La piattaforma dovrebbe prevedere del materiale didattico suddiviso in corsi e test in base agli argomenti e alle materie. Ogni corso presentato avrà un test di valutazione con domande a risposte multiple e, in alcuni casi, con possibilità di produzione scritta degli studenti. Le produzioni scritte potrebbero essere visibili a tutti gli studenti mentre il risultato dei test di valutazione saranno visibili solo agli insegnanti.
La piattaforma dovrebbe essere accessibile solo attraverso delle credenziali che vengono attribuite agli studenti all’inizio del loro percorso formativo. L’accesso alla piattaforma sarà quindi impossibile ad altri se non a loro e solo fino a quando saranno studenti. Gli insegnanti, anch’essi dotati di credenziali, potranno accedere alla piattaforma per inserire i propri corsi, visualizzare il lavoro svolto dagli studenti e moderare gli interventi negli spazi dove sono permessi i commenti degli studenti. I corsi inseriti dagli insegnanti dovrebbero essere confermati da un coordinatore che valuterebbe l’omogeneità tra i vari corsi e potrebbe suggerire correzioni per rendere i corsi calibrati per la piattaforma. I corsi presenti, con il tempo, verrebbero a costituire un vero e proprio patrimonio di conoscenze della scuola, in grado anche di fare la differenza nell’orientamento della scelta da parte dei genitori.
Come incentivare i ragazzi a seguire questi corsi? Innanzitutto, i ragazzi saprebbero che il professore può vedere chi ha frequentato il corso e potrebbe tenerne in considerazione, qualora lo studente in aula fosse in grado di aver acquisito quelle conoscenze. Gli studenti, poi, che avessero dei voti oscillanti possono essere invitati a seguirne alcuni. Infine, gli stessi studenti, a gruppi o a classi, potrebbero essere invitati a pensare e preparare loro stessi dei corsi da mandare online, sempre con la supervisione dei loro insegnanti.
Su una piattaforma pensata per le scuole superiori si possono immaginare vari tipi di corsi:

Corsi di base o di recupero: rivolti agli studenti con bisogni speciali. Questi corsi sono pensati soprattutto per studenti con difficoltà di tipo linguistico o con lievi problemi cognitivi, ma possono essere utili anche come punti di partenza per chi trova delle difficoltà in alcune materie. Tali corsi sono quindi ideali per ragazzi stranieri (con almeno il livello B1 di italiano, secondo il quadro europeo delle lingue [5]), ragazzi sordi, dislessici ecc… I testi per questi corsi devono essere preparati ad hoc tenendo in considerazione i suggerimenti di Tullio De Mauro [6]: frasi semplici, periodi il più possibile brevi, con costruzioni esplicite, vocabolario di base con termini tecnici ridotti al minimo e chiariti all’occorrenza e senza usare impliciti culturali. Di ausilio sono sicuramente l’uso di immagini, video e parti del testo colorate. Il tutto, ovviamente, rimanendo nelle regole della lingua italiana e rendendo il testo interessante. Come è evidente, scrivere un testo facilitato non è all’inizio né intuitivo né facile, ma bisogna ricordare che questi sono corsi di supporto e che non è necessario che coprano tutto lo scibile né che ciò avvenga tutto in una volta [7]. Ogni corso può essere perfezionato col tempo.

Corsi di approfondimento o di eccellenza: rivolti agli studenti che vogliono saperne di più. Molti insegnanti lottano per terminare il programma ministeriale in classi con molti studenti e tutti con esigenze e interessi diversi. In tale contesto è difficile avere il tempo per dare a ciascuno degli spunti da cui partire. I corsi di approfondimento sono pensati proprio con la finalità di stimolare gli studenti ad approfondire gli argomenti di studio, anche attraverso un approccio interdisciplinare. Tali corsi presentano, infatti, dei conteniti (testi, video ecc…) creati originalmente o presi da altre fonti, dove gli argomenti trattati in classe vengono visti da altri punti di vista. Possiamo pensare a un corso dove viene presentato un paragone tra Giacomo Leopardi e Arthur Schopenhauer o tra il decadentismo di Oscar Wilde, quello di Joris-Karl Huysmans e quello di Gabriele D’Annunzio o ancora versioni di latino da tradurre direttamente in altre lingue.
Gli studenti, in tali corsi, possono essere invitati a lasciare proprie riflessioni sotto forma di commenti che da una parte andranno a impreziosire il corso stesso e dall’altra educheranno gli stessi studenti a commentare un testo sul web in modo ragionato. Sarebbe così, al contempo, un’educazione alla propria esposizione sul web seppur in un contesto limitato e circoscritto.

Corsi generici e obbligatori per tutti: rivolti a tutti gli studenti e/o insegnanti. È bene che ci siano dei corsi obbligatori per gli studenti (e magari qualcuno anche per gli insegnanti), sia perché in questo modo sono spinti ad utilizzare la piattaforma e sia perché, così facendo, si possono far circolare delle informazioni ritenute importanti e di natura non strettamente didattica. Si può pensare ad un corso sul regolamento scolastico, sul cyberbullismo, sugli effetti del fumo o delle droghe sull’organismo ecc…

Test generali di fine scuola: rivolti a tutti gli studenti. I test generali non sono corsi ma possono aiutare nell’e-learning. Si possono fornire dei test agli studenti di varia natura: cultura generale, logica o specifici per le varie discipline, sul modello degli alpha-test. Tali test potrebbero mostrare agli studenti le lacune da colmare o delle parti da approfondire nel caso in cui fossero intenzionati a proseguire gli studi. Sono quindi pensati sia come orientamento e sia come preparazione ai test di ingresso universitari.

Costi e tempistica

Il costo della realizzazione di tale piattaforma è relativamente basso, se si considera che per la sua realizzazione sono necessarie poche caratteristiche come lo spazio web, un sistema di accesso riservato con registro delle credenziali e una assistenza tecnica minima. Su internet sono comunque disponibili piattaforme anche a titolo gratuito [8].
Il vero lavoro sarà la realizzazione e l’inserimento dei corsi che richiederà più tempo, sforzi e organizzazione e non potrà che avvenire in modo graduale e coordinato.

Ulteriori sviluppi

La piattaforma e-learning così pensata può vedere la partecipazione di più scuole, sul modello già utilizzato dalle università nel progetto Coursera [9] così come può evolversi collaborando con le case editrici, siti web specializzati o divulgatori scientifici già presenti nel web.
La piattaforma e-learning, oltre a rappresentare uno strumento efficace per gli studenti e rappresentare un patrimonio di conoscenze per la scuola, potrebbe permettere in futuro delle lezioni capovolte, le cosiddette “flipped classroom” [10], dove gli studenti entrano dapprima in contatto con l’argomento didattico in modo autonomo e lo analizzano in modo interattivo con l’insegnante in classe.

Note

[1] http://marcprensky.com/digital-native/
[2] https://ed.stanford.edu/news/technology-can-close-achievement-gaps-and-improve-learning-outcomes
[3] https://www.unich.it/fusero/pdf/LEZ%20%20A.pdf
[4] Esempio di corso: http://tomascipriani.it/introduzioneallafilosofia
[5] http://parliamoitaliano.altervista.org/certificati-della-lingua-italiana/
[6] T. De Mauro, Guida all’uso delle parole, Roma, Editori Riuniti, 1980) e Capire le parole, Roma-Bari, Laterza, 1994
[7] Esempio di testo facilitato: http://parliamoitaliano.altervista.org/velina/
[8] Esempi di piattaforme e-learning http://ischool.startupitalia.eu/education/53640-20160419-elearning-piattaforme-open-source
[9] https://www.coursera.org/
[10] http://www.uq.edu.au/teach/flipped-classroom/what-is-fc.html

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Apprendimento e memoria: come migliorare?

Apprendimento

CervelloL’apprendimento è stato facilitato dall’emergere degli affetti: questi, infatti, hanno fornito dei valori per orientare il comportamento, dal momento che le esperienze sensoriali più importanti sono sentite come affettivamente piacevoli o spiacevoli. In seguito gli affetti hanno dato origine ad associazioni con eventi, organismi e oggetti sviluppando le potenzialità dell’apprendimento stesso. Quindi l’apprendimento non è una semplice associazione di idee e le emozioni giocano un ruolo fondamentale. La volontà nell’apprendimento è importante, ma solamente nella misura in cui orienta l’attenzione e cerca la strategia migliore per raggiungere un apprendimento consolidato. Molto spesso, però, l’apprendimento avviene senza che la nostra volontà giochi un ruolo, quindi l’apprendimento non è un processo esclusivamente intenzionale.

Memoria

Come diceva infatti Dante: Non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso (Divina commedia, canto V). Non è una vera conoscenza se non siamo in grado di ricordare dopo avere capito di che si tratta. Cruciale nell’apprendimento è, pertanto, il ruolo della memoria.
Quando si parla di memoria è centrale il concetto di «consolidamento», che è il nome che viene dato ai complessi processi cerebrali che «trasformano le esperienze fugaci in ricordi a breve termine, prima, e in ricordi a lungo termine, poi» (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 226). Ancora una volta le emozioni giocano un ruolo importante anche in questo processo: i ricordi più solidi sono, infatti, quelli connotati emotivamente.
ApprendereLa memoria, va sottolineato, non è una funzione unitaria e ne esistono diverse tipologie. Una distinzione importante è tra memoria procedurale, o implicita, e la memoria esplicita. La prima è quella legata, soprattuto, alle conoscenze pratiche, come il saper nuotare o l’andare in bici; la seconda, invece, comprende la memoria dichiarativa, appresa attraverso lo studio o l’esperienza, la memoria autobiografica, legata ai ricordi importanti per noi, e la memoria fattuale, formata dai ricordi episodici.
La memoria non corrisponde ad una variazione sinaptica: il ricordo non corrisponde ad un particolare neurone o ad un collegamento tra determinati neuroni. La memoria deve essere vista come una funzione di sistema dovuta all’interazione di reti multidimensionali che coinvolgono gruppi di neuroni. I ricordi, pertanto, sono «necessariamente associativi e non sono mai identici» (G. Edelman, 2004, p. 45). Tale sistema dinamico è influenzato, quindi, dai vari sistemi sensoriali, dai sistemi emotivi e dalle altre funzioni superiori.

Come migliorare l’apprendimento?

Per migliorare l’apprendimento è necessario tenere in conto, innanzitutto, dell’aspetto emotivo. Si parla spesso di filtro affettivo, cioè quella barriera emotiva che impedisce al cervello di operare al pieno delle sue funzioni. Sappiamo oggi, da studi scientifici, che un coinvolgimento emotivo migliora l’apprendimento e lo rende stabile nel tempo. Quindi è importante appassionare, incuriosire, entusiasmare gli studenti se vogliamo che imparino meglio e in modo duraturo.
Gli studi sulla memoria suggeriscono, inoltre, un approccio allo studio multidimensionale, utilizzando vari canali e sensi per veicolare le informazioni (immagini, letture, audio ecc…).
In questa concezione, la comprensione dell’argomento e il collegamento con le altre conoscenze sono di grande sostegno all’apprendimento, dal momento che moltiplicano gli accessi alla conoscenza.
Il coinvolgimento emotivo, la multidimensionalità e la guida nella comprensione sono tre pilastri fondamentali per un apprendimento efficace: laddove uno di tali aspetti dell’insegnamento venisse depotenziato (ad esempio a causa di difficoltà cognitive che riducono la capacità di comprensione o nei casi in cui la multidimensionalità sia ridotta) è necessario concentrare gli sforzi nel potenziare maggiormente gli altri due pilastri, e soprattutto curare l’aspetto emotivo. Perché, come scrisse Plutarco, «la mente non è un vaso da riempire ma un legno da far ardere».


Bibliografia:

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Insegnante, educatore e facilitatore

InsegnareChi si occupa di insegnamento e formazione sa che le figure di riferimento possono assumere sfumature diverse a seconda dell’idea che si ha di tale ruolo.‎ In genere, con professore e docente si intendono più i ruoli istituzionali che la loro funzione, che invece viene articolata in vari modi.

Educatore è una figura che viene normalmente legata all’ambito comportamentale e morale. Se la parola latina educare voleva dire tirar fuori, oggi l’educatore sembra essere colui che aiuta a tener dentro o a reprimere gli istinti: tanto meno si è istintivi e tanto più si è educati. L’educatore, per come lo intendo io invece, non deve insegnare a reprimere quanto piuttosto a conoscere le proprie emozioni e a saperle gestire, affinché non solo con ciò migliori il nostro rapporto con gli altri ma, soprattutto, affinché riusciamo a controllare le nostre reazioni. Ciò che va tenuto sotto controllo sono, infatti, le nostre reazioni impulsive e non i sentimenti che le generano, perché quelli non si possono controllare, si possono solo comprendere.

Facilitatore è chi rende qualcosa facile, nel senso di accessibile con sforzi ridotti. Facilitare non vuol dire semplificare, se intendiamo con questo una forma di banalizzazione: di fronte ad un problema complesso, il facilitatore più che guidare lo studente in un sentiero più semplice, pavimenta il percorso tortuoso in modo che lo studente lo possa percorrere in modo autonomo.

Formatore è letteralmente colui che dà forma a ciò che non ce l’ha, che scolpisce quel che è indefinito. Se pensiamo il cervello come un muscolo, il formatore è una sorta di personal trainer che aiuta ad affinarlo.

Insegnante è chi lascia un segno profondo. Insegnante è la persona che con il proprio comportamento, le proprie azioni e le proprie parole segna profondamente la persona che ha di fronte e diviene quindi un modello, in genere nella sua accezione positiva. In tal modo, l’insegnante influenza le decisioni e il percorso delle persone di cui si prende cura.

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