Hannah Arendt

Verità e politica

Arendt, nel testo Verità e politica, distingue tra verità assiomatiche (come quelle matematiche), che possono fare a meno degli altri, e verità di fatto, che invece si basano sulle testimonianze e i testimoni si possono ingannare, per questo le verità di fatto vengono confuse con le opinioni. Le verità di fatto non sono più evidente delle opinioni.

La distinzione tra verità di fatto e opinioni, però, emerge attraverso la menzogna. La menzogna non è un errore, ma è volontà di ingannare e questo prova che colui che mente conosce cosa sia la verità di fatto. Il contrario delle verità di fatto non è l’errore o l’illusione del testimone che si inganna, ma la falsità della menzogna.

Verità e politica non vanno d’accordo, perché la verità spesso è impotente la menzogna ha un significato maggiore. La verità diventa una virtù politica quando, come nei sistemi totalitari, la menzogna viene organizzata per principio: quando la bugia diventa un fatto collettivo, la verità acquista un valore per la vita collettiva. Quando le menzogne vengono sostituite alle verità di fatto non diventano nuove verità ma distruggono il senso con cui ci orientiamo nel mondo. Con la distruzione del senso comune, vengono distrutti anche i legami sociali.

Arendt dice che esistono tre rifugi della verità:

  • – La magistratura: la magistratura è rifugio della verità non perché tutte le sentenze siano vere ma perché, come il testimone ha il dovere di testimoniare la verità, così nella giustizia si ha il dovere della verità.
  • – L’istruzione superiore e, in particolar modo, l’università.
  • – I media e l’informazione.

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