Hannah Arendt

La questione della colpa

Alla fine della Seconda guerra mondiale vi erano due visioni:
– l’idea di umiliare la Germania (sostenuta da De Gaulle) che era considerata la malattia d’Europa;
– l’idea di un’Europa unita dove la Germania potesse rinascere dal punto di vista politico e, in quest’ottica, la malattia non era considerata la Germania ma l’Europa intera.

Arendt è una sostenitrice della seconda teoria, afferma che l’Unione europea debba farsi carico del problema ebraico e della Germania. Arendt parla anche di federazione europea che avrebbe dovuto far fronte a due problemi: il popolo tedesco e il popolo ebraico; questi due problemi si sarebbero risolti con un federalismo che non era inteso come una federazione di stati ma come una federazione di popoli senza stato. Questo anche perché è cambiato il livello delle politiche nazionali ed è cambiato anche il concetto di guerra.

Nel maggio del ’45 la Germania si arrende e si apre il problema di come giudicare questo popolo: come giudicare la Germania e le sue colpe (questione della colpa)?
La Germania è crollata, è stata invasa, ha subito una sconfitta totale; la Germania non ha avuto una resistenza, non c’era una massa che si opponesse al regime totalitario e, dopo la sconfitta, non c’è stato nessuno che potesse formare il governo.
Era, pertanto, diffusa l’idea che tra nazismo e Germania non ci fosse alcuna differenza. C’era l’idea che il nazismo fosse il risultato della cultura tedesca: Germania come malattia e rischio perenne per l’Europa e ciò veniva fatto risalire a vari episodi nella storia: nella costruzione dello stato tedesco era fallita la via democratica (il parlamento era stato sconfitto, come si vede con Bismarck), e c’era stata anche la figura di Lutero e di come aveva parlato ai principi.

Negli scritti dal gennaio al marzo del ’45 (Colpa organizzata e responsabilità universale e Approcci alla questione tedesca) Arendt dice che questa è un’interpretazione pericolosa perché si perde di vista la vera origine e si permette che riavvenga. Infatti, quest’interpretazione porta a credere che la sconfitta della Germania comprenda la sconfitta del fascismo; ma il nazismo non è figlio della cultura tedesca, è frutto di un male europeo: il nazismo è un crollo di tutte le tradizioni tedesche ed europee. Hitler, per Arendt, voleva distruggere lo stesso popolo tedesco e sostituirgli il popolo ariano. Infatti, prima dello sterminio degli ebrei vi era il progetto “eutanasia” che prevedeva lo sterminio degli informi, dei malati e degli omosessuali. Questo progetto “eutanasia” viene fermato perché c’erano state delle proteste; proteste che, però, non ci sono state durante lo sterminio degli ebrei.

Il punto che può spiegare il nazismo è la crisi della società europea, la crisi degli stati nazionali e la crisi della struttura di classe.

Friedrich Meinecke

Friedrich Meinecke afferma che il nazismo è stato un potenziamento della forza dello stato nazionale portando un forte contrasto tra kratos (stato) ed ethos (morale). Arendt afferma, invece, che non è un potenziamento ma un crollo: lo stato nazionale è come una scatola vuota e la forza di questa scatola vuota può essere presa da un altro soggetto.

Dopo la guerra si cercano i colpevoli e questo si vede bene nei processi di Norimberga (specialmente il primo). Il tribunale di Norimberga contesta tre colpe: crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Il primo problema per Arendt è distinguere il colpevole. Arendt dice che solo Dio può sapere se un tedesco sia nazista o meno, ma come giudicare il colpevole che non ha trasgredito le leggi nazionali? Come possiamo definire questo tipo di colpa? L’ufficiale tedesco nel campo di sterminio non trasgrediva neppure le leggi internazionali, dobbiamo quindi attribuirgli delle colpe morali? Che rapporto c’è tra la colpa (così evidente) e il colpevole (meno evidente). C’è il male ma non c’è la malvagità.

La punizione del colpevole o può essere vista come l’espressione della potenza del vincitore (ma quindi si avrebbe un processo in cui non ci sarebbe giustizia ma la forza) o dovremmo affidarci a una legge eterna che valeva anche se non era scritta, una legge che tutti gli uomini devono conoscere anche se nessuno gliela enunci.

Karl Jaspers

Jaspers scrive  La questione della colpa: dice che si può usare il concetto di colpa ma bisogna spiegare in che senso: vi sono colpe morali che non possono essere perseguite, vi sono colpe metafisiche che l’uomo ha come uomo, vi è la colpa politica (ma questa è una colpa che non si risolve nei tribunali, è la colpa data dall’appartenenza a un popolo) e poi vi è la colpa criminale dell’”individuo che viola le leggi”.
L’istituzione dei crimini contro l’umanità (reato contestato nei processi di Norimberga) doveva avere valore retroattivo. Coloro che avevano eseguito le leggi ora erano accusati per non aver dato spazio alla coscienza.

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