Hegel: il problema dell’Antigone

Le origini del mito

Le vicende dei Labdacidi sono universalmente note per esserci state narrate nel V sec. a.C. da Eschilo, di cui ci è pervenuta la tragedia Sette contro Tebe (parte conclusiva di una trilogia sul ciclo tebano), e da Sofocle, di cui abbiamo una trilogia composta da Edipo re, Edipo a Colono e Antigone.

Edipo, figlio di Laio e nipote di Labdaco, viene esposto dal padre poiché un oracolo ha predetto che il figlio avuto con Giocasta lo ucciderà: il piccolo viene così adottato dal re di Corinto. Una volta cresciuto, avendo il dubbio di chi siano i suoi genitori, il giovane si reca a Delfi, dove l’oracolo gli rivela che se tornerà in patria ucciderà suo padre e sposerà sua madre.

Ritenendo che i suoi genitori siano i regnanti di Corinto, Edipo decide di partire, ma sulla strada incontra Laio e in una discussione lo uccide. Si avvera così la prima parte della profezia, ma Edipo ne resta all’oscuro. Giunge a Tebe dove ora il potere è nelle mani di Creonte, fratello di Giocasta. La città è assediata da un mostro col volto di donna, la Sfinge, che sottopone enigmi e uccide chi non li risolve. Edipo vi riesce e diventa re della città e sposo di Giocasta. Si avvera così, sempre a sua insaputa, la seconda parte della profezia. Da quest’unione nasceranno quattro figli: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Venendo alla luce il parricidio e l’incesto, Giocasta si uccide ed Edipo si acceca e viene esiliato da Tebe, trovando rifugio ad Atene: offeso per non essere stato difeso dai figli, egli li maledice.
Questi, che ora si trovano a regnare su Tebe, temendo la maledizione, cercano un accordo e decidono di regnare un anno ciascuno. Dopo il primo anno però, Eteocle non lascia il potere e Polinice si rivolge ad altre poleis affinché lo aiutino contro il fratello: Tebe ne esce vincitrice, ma i due fratelli muoiono in uno scontro diretto.
Di nuovo nel ruolo di regnante, Creonte decide di dare la sepoltura e gli onori a Eteocle, per aver difeso la città, e di negarla a Polinice come aggressore della comunità: è qui che ha inizio la vicenda di Antigone, raccontataci da Sofocle.

Un ditirambo di Ione di Chio sempre del V sec., benché non sia l’origine del mito, ci mostra tuttavia un archetipo precedente. Secondo questa versione, la proibizione della sepoltura sarebbe da attribuire al figlio di Eteocle, Laodama, mentre entrambe le sorelle di Polinice rifiutarono di osservare l’interdizione.
Sofocle introduce dei cambiamenti: sostituisce Leodama con Creonte e differenzia l’atteggiamento delle due sorelle: Antigone seguirà la sua predisposizione morale, Ismene apparirà, al contrario, più prudente e pragmatica.
Antigone, infrangendo l’editto di Creonte, decide di dare sepoltura al fratello: compie questo gesto da sola, poiché sua sorella Ismene si rifiuta di seguirla temendo la reazione del re, loro zio.
Antigone viene però presa dalle guardie poste a custodia del corpo ed è condotta dal re. Nasce tra i due una discussione nella quale nessuno mostra segni di cedimento; Creonte condanna così Antigone ad essere sepolta viva.
Come sostenuto da alcuni studiosi (vd. R. Pietercil, 1978), l’introduzione di queste modifiche ha l’effetto di trasformare la tragedia da una vendetta familiare ad uno scontro politico, e la differenziazione degli atteggiamenti delle due sorelle serve in qualche modo ad accentuare la grandezza morale e la tragicità di chi porta avanti i precetti sacri.
La tragedia prosegue con gli interventi di Ismene – che si auto-accusa del misfatto e chiede di morire come sua sorella – e del figlio di Creonte, nonché promesso sposo di Antigone: tuttavia nessuno dei due riesce a convincere il re.
Intervento decisivo è, infine, quello di Tiresia, un vecchio indovino cieco, il quale predice alla decisione di Creonte, seguiranno lutti e disgrazie, a causa dell’ira degli dèi.
Il re decide così di risparmiare Antigone, ma, giunto sul luogo dove la donna è stata rinchiusa, scopre che la ragazza si è suicidata, compie lo stesso drammatico gesto davanti agli occhi del padre.

Disperato, Creonte torna al suo palazzo dove viene a conoscenza che sua moglie, in seguito alla scomparsa del figlio, si è trafitta con una spada.

E’ bene notare che, nella tragedia di Sofocle, Antigone non sembra scontare la colpa di parricidio ed incesto di suo padre Edipo. Come osservato da Raymond Pietercil, la stessa colpa di Edipo è moralmente inconsistente: egli è colpevole, ma non lo è tanto per i suoi atti
quanto per il fatto di esserci. Antigone, secondo un’espressione felice dello studioso inglese «non è colpevole a causa di Laio e Edipo, ma come Laio e Edipo»[1].


Note:

[1] Cfr. R. Pietercil, Antigone and Hegel, in «International Philosophical Quarterly», 3 (1978), pp. 289-310.

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