Hegel: il problema dell’Antigone

L’amore e il ruolo della famiglia

Il problema dell’Antigone è anche il problema che il concetto dell’amore e il ruolo della famiglia vengono ad assumere nella Fenomenologia.

Fin dagli scritti giovanili, Hegel aveva parlato dell’amore; nel saggio raccolto con il nome La religione è una delle questioni più importanti si può leggere che l’amore ha qualche analogia con la ragione, poiché l’amore ritrova se stesso negli altri e, quasi dimenticandosi, si pone fuori della propria esistenza, vive, sente, è attivo per così dire negli altri, così come la ragione, in quanto principio di leggi universalmente valide, si riconosce in ogni essere razionale.[1]

L’amore, quindi, è quel principio che porta a riconoscimento nell’altro, ma è limitato rispetto alla ragione che permette il riconoscimento in ogni altro.

Per il filosofo la relazione d’amore tra i sessi non è concepita come qualcosa di diverso dall’amore in generale[2]. Nello Spirito del Cristianesimo Hegel parla dell’amore come «unità col tutto della vita»; ne parla come di un sentimento nobile[3].

L’amore però non può darsi nell’astrazione, è un sentimento che ha luogo nel concreto: «un pensato non può essere amato»[4].

Con l’amore «non c’è un semplice processo di riacquisizione dell’unità originaria, ma il processo di costruzione di una unità differenziata»[5]. L’amore toglie all’opposto ogni carattere d’estraneità, in questo modo non è più semplicemente un sentimento empirico o un elemento patologico, «diventa un principio etico e metafisico insieme»[6], dalla categoria di «Sein» (unità originaria) si passa alla categoria di «Geist» (punto ultimo di una «Bildung»). L’amore porta a riconoscersi nell’altro, ma è un “gioco a due”, per questo è in contrasto con la ragione che ci immette in un contesto più ampio. Il filosofo, quindi, non pensa all’amore in generale: ciò di cui parla è l’amore coniugale e sessuale.

L’amore esclude ogni opposizione, esso non è intelletto, non è ragione; ma in questa unità c’è possibilità di separazione: il corpo è mortale. L’uomo partecipa al tutto della vita «ma questa partecipazione è destinata a terminare»[7].

Non per questo Hegel svaluta il corpo, che è individuazione dell’io e del tu che costituiscono la coppia; quest’ultima è, sì, mortale, ma è capace di unificazione vivente che raggiunge specificamente nel rapporto sessuale (l’unione carnale della tradizione cristiana).

Il filosofo parla poi del pudore, un sentimento che è “vergogna” per il fatto che l’amore non è completo. Nel rapporto sessuale all’unificazione della corporeità si oppone un io che per quanto cerchi l’unità resta un io irriducibile[8].

Questa è la concezione moderna dell’amore che si incarna negli amanti: non può essere l’amore platonico. E questo rapporto ha bisogno di reciprocità: deve essere un rapporto alla pari. Hegel afferma in seguito che i confini del proprio io possono essere superati: questa è la procreazione, dove viene meno «la costitutiva transitorietà dell’amore».

Il filosofo da una parte parla dell’amore come principio che permette un riconoscimento e un’unificazione, ma dall’altra mostra che questa unione è quasi una forma di simbiosi e soprattutto è molto fragile; infatti in alcuni punti Hegel afferma che non solo il corpo, ma anche la proprietà porta alla dissoluzione del rapporto.

Fondamentale è il passaggio dall’amore alla famiglia, ossia dal sentimento esteriore all’oggettività etica; questa tuttavia assegna all’amore il ruolo di fondamento[9]. L’amore così fragile viene reso stabile dalla famiglia.

Nell’evoluzione successiva del concetto, il filosofo tedesco afferma, specificamente in Sistema dell’eticità, che «l’amore, come intuizione di sé nell’altro, non può realizzare un’effettiva uguaglianza tra gli individui», poiché «nell’amore resta la differenza […]: l’uno resta soggetto e l’altro oggetto»[10].

Nella Fenomenologia, come abbiamo già visto, il rapporto tra i coniugi passa in secondo piano. Hegel dice esplicitamente che «il rapporto etico dei membri della famiglia non è il rapporto della sensazione né la relazione dell’amore» («Verhaeltnis der Liebe»)[11]; rispetto agli scritti giovanili l’amore non è più il fondamento dell’oggettività etica[12].

Parlando dei rapporti particolari all’interno della famiglia, il filosofo afferma che fra marito e moglie ha luogo «l’immediato riconoscersi dell’una coscienza nell’altra, ed è il riconoscere del reciproco esser-riconosciuto»; ma subito avverte che «si tratta del riconoscersi naturale e non di quello etico»[13], quindi non è un riconoscimento spirituale e umano. L’unità del riconoscimento che qui ha luogo è un’unità naturale, non di individui consapevoli e maturi, ma di individui naturali: è un rapporto di ruoli.

Hegel riconduce la relazione tra marito e moglie alla categoria naturale, ossia al «Sein, non più quindi un “processo reale di formazione”»[14]. Inoltre il filosofo afferma che questa relazione «non ha la sua effettualità in se stessa, ma nel figlio»; e il figlio che negli scritti giovanili rappresentava il venir meno della transitorietà del rapporto, nella Fenomenologia rappresenta il dileguare di questo rapporto[15]. Ma è appunto il rapporto di ruoli quello che si dissolve nel figlio, non di esseri umani in quanto tali.

Il filosofo, inoltre, connota la relazione tra i coniugi con il sentimento di rispetto[16]. Questo legame è un misto di naturalità e sentimento, ma è anche lo stesso che intercorre tra i genitori e figli («ebenso das Zweite, die Pietaet der Eltern und Kinder gegeneinander»).

Va aggiunto che il rapporto tra marito e moglie non è un rapporto alla pari; la moglie infatti «è priva del riconoscersi come questo Sé nell’altro»[17]; il marito inoltre vive la vita come scissione, mentre la donna no.

Il puro riconoscimento avviene tra fratello e sorella, ed è puro e perfetto nella misura in cui non c’è desiderio e attrazione sessuale. Venendo meno l’importanza del rapporto coniugale, viene meno anche l’importanza del rapporto sessuale: essendo il «mutuo riconoscimento» dei coniugi qualcosa di «meramente naturale», il rapporto sessuale viene a corrispondere ad una «sessualità animale»[18].

Nella Fenomenologia, quindi, l’unità nella differenza ha luogo, tra fratello e sorella, solo rinunciando a superare la propria individualità, solo rinunciando all’unità carnale: in altre parole, rinunciando all’unità tout court.

Rimane così, da una parte, un riconoscimento umano, etico ma destinato a dissolversi perché legato alla naturalità, e dall’altra, un’unità del riconoscimento che però, in quanto legata a dei ruoli, non ha effettualità in se stessa e non è spirituale ed umana.

Possiamo notare come nelle opere successive l’attenzione per il rapporto fratello-sorella scompaia. Nei Lineamenti della filosofia di diritto, parlando della famiglia, Hegel citerà il rapporto tra i consanguinei solo per descrivere il divieto dell’incesto. Il matrimonio, in quest’opera, diventa il rapporto etico immediato. Un rapporto dove i singoli rinunciano alla loro personalità naturale e particolare per raggiungere l’unità; un’autolimitazione in cui essi acquistano, tuttavia, la loro autocoscienza sostanziale.

Il dovere etico diventa così quello di entrare nello stato matrimoniale. L’unità senziente della famiglia è l’amore.

La famiglia, come Hegel dice, si completa nei tre lati: matrimonio, cura del patrimonio ed educazione dei figli. Il matrimonio così non può esser considerato un contratto, in quanto, con l’identificarsi delle personalità, viene meno il punto di vista autonomo e singolare.

L’uomo ha la sua unità sostanziale nello Stato, nella lotta per il riconoscimento che avviene nel mondo esterno e nel lavoro. Egli deve muovere dalla sua scissione, dice Hegel, per raggiungere l’unità con sé. Unità che l’uomo già intuisce nella famiglia, dove resta relegata la donna.

E in ciò Hegel recupera, anche in quest’opera, il mito di Antigone. Ma Antigone qui non è più la sorella che si preoccupa di seppellire e ricordare il fratello; ella piuttosto rappresenta la legge della donna in genere, della donna come «Frau», come moglie. Antigone rappresenta la legge della sostanzialità soggettiva vivente nel sentimento.

Interessante è quel che il filosofo scrive a sua moglie in una lettera dell’estate del 1811 citata da Rosenkranz. Qui Hegel scrive che:

Il matrimonio è essenzialmente un legame religioso; l’amore per essere completato ha bisogno di qualcosa di più alto di ciò che esso è solamente in se stesso e per se stesso. La soddisfazione completa – ciò che si chiama “esser felici” – non è completata se non dalla religione e dal sentimento del dovere, poiché in essi soltanto vengono messe da parte tutte le particolarizzazioni dell’Io temporale, che potrebbero portare turbamento nella realtà effettiva, la quale rimane qualcosa di incompiuto e non può essere presa per perfetta, ma in cui dovrebbe essere posta ciò che si chiama felicità terrena. [19]

Al di là dell’entusiasmo che Hegel comunica, è importante notare che il concetto della famiglia non è più un concetto legato all’idea di stirpe, come nella Fenomenologia. La famiglia di cui parla ora Hegel è una famiglia sostanzialmente borghese. Ciò che ha permesso questo passaggio è la concezione cristiana del matrimonio, che ha potuto dar luogo ad una «Aufhebung», in un rapporto che nella polis era macchiato in maniera irrimediabile da naturalità; ma lo permette anche la concezione di un elemento intermedio tra famiglia e polis, la società civile, dove viene spostato il processo economico in precedenza legato esclusivamente alla famiglia; e lo permette, infine, una concezione dove i ruoli non sono più un limite alla considerazione degli esseri umani come tali.


Note:

[1] Ibid.

[2] Cfr. C. Mancina, Differenze nell’eticità, cit., p. 63.

[3] Ivi, p. 66.

[4] Cfr. G.W.F. Hegel, Scritti teologici giovanili, tr. it., Napoli, Guida Editori, 19893, p. 430.

[5] Cfr. C. Mancina, Differenze nell’eticità, cit., p. 78.

[6] Ivi, p. 79.

[7] Ivi, p. 81.

[8] Ivi, p. 87.

[9] Ivi, p. 96.

[10] Ivi, pp. 132-33.

[11] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tomo II, cit., p. 10.

[12] A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, cit., p. 233. E’ molto suggestiva l’interpretazione che ne dà Kojève; secondo il francese «attribuire un valore assoluto a un essere non in funzione di ciò che egli fa, dei suoi atti, ma semplicemente perché egli è, in ragione del suo semplice Sein, del suo Essere, significa amarlo. Dunque si può anche dire che è l’Amore a realizzarsi nella e mediante la Famiglia antica. E poiché l’Amore non dipende dagli atti, dall’attività dell’amato, non può arrestarsi nemmeno con la sua morte».

[13] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tomo II, cit., p. 15.

[14] Cfr. C. Mancina, Differenze nell’eticità, cit., p. 79.

[15] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tomo II, cit., p. 15.

[16] Il termine usato da Hegel è «Pietaet», che è la traduzione in tedesco della pietas latina. Il termine in italiano corrisponde al concetto di «rispetto», parola che utilizza Vincenzo Cicero nella sua traduzione edita da Bompiani; ma lo stesso Cicero traduce la «Pietaet» tra genitori e figli anche con «amore» (p. 612). Nella traduzione di Enrico de Negri, utilizzata come testo di riferimento del presente lavoro, invece, viene mantenuta l’uniformità del termine, con la scelta di utilizzare la parola «pietà» (p. 15-16).

[17] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tomo II, cit., p. 17.

[18] Cfr. A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, cit., p. 127.

[19] Cfr. K. Rosenkranz, La vita di Hegel, cit., p. 279.

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