Le neuroscienze affettive: Panksepp e l’archeologia della mente

William James e il feedback periferico

William James

Panksepp dà molta importanza agli studi di William James. Questi nel suo articolo “What is an Emotion?” (1884) propone la teoria del feedback periferico degli affetti: il comportamento emotivo è una reazione corporea automatica e involontaria e, di per sé, priva di affetto. Tale reazione corporea genera un’informazione che viene trasmessa nella parte presente del cervello che esperisce cognitivamente l’emozione. Con le parole di James: «i cambiamenti corporei seguono direttamente la PERCEZIONE del fatto scatenante, e […] il nostro sentire gli stessi cambiamenti quando occorrono È l’emozione» (W. James, 1884, p. 190). James si concentra soprattutto sulle emozioni «che hanno un’espressione corporea distinta» (Ivi, p. 189). La grande intuizione di James è, quindi, che ogni reazione emotivo-istintiva è accompagnata da sentimenti caratterizzanti.
James afferma che «una pura emozione disincarnata è niente» e aggiunge: «se dovessi diventare corporeamente anestetizzato, dovrei essere escluso dalla vita delle affezioni, dure o dolci che siano, e vivere un’esistenza di forma meramente cognitiva o intellettuale» (Ivi, p. 194).
La teoria del feedback, o teoria della retroazione o teoria della rilettura, non regge però il vaglio scientifico. Infatti dati che sostengono che le azioni emotive necessitino di un feedback non ce ne sono. Numerosi studi, come abbiamo visto, suggeriscono che i sentimenti emotivi grezzi siano generati direttamente dal tessuto cerebrale, precisamente da quei circuiti che generano le azioni emotivo-istintive e non attraverso un feedback sensoriale. Ciò risulta anche dal caso dei quadriplegici che «non ricevono alcun input somatico da sotto il livello del loro danno spinale ma sono in grado di provare dei sentimenti emotivi essenzialmente normali» o «persino gli individui con danni al midollo spinale o lesioni al tronco encefalico del tipo che produce la sindrome “locked-in” o sindrome del chiavistello – persone che possono muovere solamente (e quindi comunicare solamente) attraverso i loro occhi o le loro onde cerebrali – posseggono ancora dei sentimenti emotivi sebbene gli input sensoriali del corpo siano ridotti in modo decisamente drammatico» (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 71).
Ciò però «non significa che gli input del corpo non abbiano effetto»; questi «possono intensificare o indebolire i sentimenti generati all’interno del cervello, ma non sono decisivi nel generare il nostro particolare stato emotivo» (Ivi, p. 70), infatti ci sono «prove scientifiche che mostrano come la messa in atto di comportamenti emotivi possa generare deboli cambiamenti nei sentimenti affettivi e come tali affetti possano essere ottenuti anche dall’immaginare, nella mente umana, azioni emotivamente connotate» (Ivi, p. 69). Inoltre il cervello e il corpo sono dotati di molti sistemi di arousal e se questi vengono attivati artificialmente, quindi non in presenza di una emozione, «le persone tendono a interpretare l’arousal in termini di uno scenario emotivo proprio dell’ambiente» ma l’«arousal generale, di per sé, non produce alcuna emozione» (Ivi, p. 70). Infine c’è la prova della decorticazione che dissipa ogni dubbio.
Tutte le teorie della rilettura sembrano essere d’accordo sul fatto che l’informazione della percezione di uno stimolo e delle reazioni corporee non sia di tipo affettivo. Ma come è possibile, si chiede Panksepp, che l’informazione non affettiva, interpretata dal sistema neocorticale che non può generare affetti da solo, dia origine a una esperienza affettiva conscia?
La teoria della rilettura presenta numerose difficoltà, d’altro canto, se non si considera la rilettura come necessaria per l’esperienza affettiva ma si considera l’emozione dal punto di vista cognitivo, tale teoria ci aiuta a capire come il cervello comprenda le sue emozioni.

La teoria jamesiana è messa in discussione, già negli anni Venti, da uno psicologo di Harvard, Walter Cannon (1871-1945). Cannon studia il sistema nervoso autonomo periferico, che è una parte del sistema nervoso autonomo (SNA), soprattutto in relazione alle reazioni fisiche dell’emozione. Cannon nota che «molte risposte autonomiche avevano bisogno di tempo per svilupparsi e non potevano essere rimandate indietro al cervello abbastanza in fretta da generare una reazione affettiva istantanea» quindi conclude «che gli affetti» non siano «questione di feedback» ma emergano «dal cervello stesso» (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 71). Questa idea sarà poi sviluppata da Paul MacLean.Panksepp dà molta importanza agli studi di James. Questi nel suo articolo “What is an Emotion?” (1884) propone la teoria del feedback periferico degli affetti: il comportamento emotivo è una reazione corporea automatica e involontaria e, di per sé, priva di affetto. Tale reazione corporea genera un’informazione che viene trasmessa nella parte presente del cervello che esperisce cognitivamente l’emozione. Con le parole di James: «i cambiamenti corporei seguono direttamente la PERCEZIONE del fatto scatenante, e […] il nostro sentire gli stessi cambiamenti quando occorrono È l’emozione» (W. James, 1884, p. 190). James si concentra soprattutto sulle emozioni «che hanno un’espressione corporea distinta» (Ivi, p. 189). La grande intuizione di James è, quindi, che ogni reazione emotivo-istintiva è accompagnata da sentimenti caratterizzanti.
James afferma che «una pura emozione disincarnata è niente» e aggiunge: «se dovessi diventare corporeamente anestetizzato, dovrei essere escluso dalla vita delle affezioni, dure o dolci che siano, e vivere un’esistenza di forma meramente cognitiva o intellettuale» (Ivi, p. 194).
La teoria del feedback, o teoria della retroazione o teoria della rilettura, non regge però il vaglio scientifico. Infatti dati che sostengono che le azioni emotive necessitino di un feedback non ce ne sono. Numerosi studi, come abbiamo visto, suggeriscono che i sentimenti emotivi grezzi siano generati direttamente dal tessuto cerebrale, precisamente da quei circuiti che generano le azioni emotivo-istintive e non attraverso un feedback sensoriale. Ciò risulta anche dal caso dei quadriplegici che «non ricevono alcun input somatico da sotto il livello del loro danno spinale ma sono in grado di provare dei sentimenti emotivi essenzialmente normali» o «persino gli individui con danni al midollo spinale o lesioni al tronco encefalico del tipo che produce la sindrome “locked-in” o sindrome del chiavistello – persone che possono muovere solamente (e quindi comunicare solamente) attraverso i loro occhi o le loro onde cerebrali – posseggono ancora dei sentimenti emotivi sebbene gli input sensoriali del corpo siano ridotti in modo decisamente drammatico» (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 71).
Ciò però «non significa che gli input del corpo non abbiano effetto»; questi «possono intensificare o indebolire i sentimenti generati all’interno del cervello, ma non sono decisivi nel generare il nostro particolare stato emotivo» (Ivi, p. 70), infatti ci sono «prove scientifiche che mostrano come la messa in atto di comportamenti emotivi possa generare deboli cambiamenti nei sentimenti affettivi e come tali affetti possano essere ottenuti anche dall’immaginare, nella mente umana, azioni emotivamente connotate» (Ivi, p. 69). Inoltre il cervello e il corpo sono dotati di molti sistemi di arousal e se questi vengono attivati artificialmente, quindi non in presenza di una emozione, «le persone tendono a interpretare l’arousal in termini di uno scenario emotivo proprio dell’ambiente» ma l’«arousal generale, di per sé, non produce alcuna emozione» (Ivi, p. 70). Infine c’è la prova della decorticazione che dissipa ogni dubbio.
Tutte le teorie della rilettura sembrano essere d’accordo sul fatto che l’informazione della percezione di uno stimolo e delle reazioni corporee non sia di tipo affettivo. Ma come è possibile, si chiede Panksepp, che l’informazione non affettiva, interpretata dal sistema neocorticale che non può generare affetti da solo, dia origine a una esperienza affettiva conscia?
La teoria della rilettura presenta numerose difficoltà, d’altro canto, se non si considera la rilettura come necessaria per l’esperienza affettiva ma si considera l’emozione dal punto di vista cognitivo, tale teoria ci aiuta a capire come il cervello comprenda le sue emozioni.

La teoria jamesiana è messa in discussione, già negli anni Venti, da uno psicologo di Harvard, Walter Cannon (1871-1945). Cannon studia il sistema nervoso autonomo periferico, che è una parte del sistema nervoso autonomo (SNA), soprattutto in relazione alle reazioni fisiche dell’emozione. Cannon nota che «molte risposte autonomiche avevano bisogno di tempo per svilupparsi e non potevano essere rimandate indietro al cervello abbastanza in fretta da generare una reazione affettiva istantanea» quindi conclude «che gli affetti» non siano «questione di feedback» ma emergano «dal cervello stesso» (J. Panksepp, L. Biven, 2012, p. 71). Questa idea sarà poi sviluppata da Paul MacLean.


Bibliografia:

  • James W., 1884, What is an Emotion?, in «Mind», 9, n. 34, pp. 188-205.
  • James W., 1904, Does Consciousness Exist?, in «The Journal of Philosophy, Psychology and Scientific Methods», 1, n. 18, pp. 477-491.
  • Panksepp J., Biven L., 2012, The Archeology of Mind. Neuroevolutionary Origins Of Human Emotions, New York, W.W. Norton & Company (tr. it. Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane, Milano, Cortina, 2014).

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