Quel che affidiamo al vento

“In fondo era quanto ci si augurava per tutti, che un posto dove curare il dolore e rimarginarsi la vita ognuno se lo fabbricasse da sé, in un luogo che ognuno individuava diverso”. Esiste un telefono in Giappone, nel giardino di Bell Gardia sulla Montagna della Balena, dove si possono affidare al vento le parole che vorremmo far giungere alle persone che amiamo e che non possono più sentirci. “Credo che siamo così anche noi che andiamo su quella collina: cerchiamo di riavere indietro la nostra ombra”. Cosa fare quando il mare ti porta via un pezzo di vita? Quando la morte di una persona cara ti rende un sopravvissuto? Quando la nostra storia naufraga e cerchiamo di rimanere aggrappati a qualcosa che ci permetta di non essere trascinati via? “Anche se passa il tempo, il ricordo di chi abbiamo amato non invecchia. Invecchiamo solo noi”.
Il libro di Laura Imai Messina, uscito nel 2020, è un viaggio nell’elaborazione del dolore e del lutto, ma è anche una delicata storia d’amore, che rimane. A noi che restiamo irrimediabilmente qui, ad affidare al vento le storie, per non dimenticare, per non essere dimenticati.

Quel che affidiamo al vento

Incipit:

Un turbine d’aria schiaffeggiò le piante del vasto giardino scosceso di Bell Gardia. . Per difesa, la donna alzò istintivamente un gomito davanti alla faccia, incurvò la schiena. Subito però tornò cosciente, diritta. Era giunta prima dell’alba, aveva visto salire la luce ma il sole rimanere nascosto. Aveva scaricato i grossi sacchi dalla macchina: cinquanta metri di plastica del massimo spessore arrotolati a tubo, cilindri di nastro isolante, dieci scatole di chiodi ad anello da agganciare alla terra e un martello con l’impugnatura da donna. Da Conan, l’enorme supermercato di ferramenta, un commesso le aveva chiesto di mostrargli per favore la mano; era per misurarne la presa ma lei era trasalita.

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