Senso e significato

Esplorare la dicotomia tra senso e significato permette di approfondire la nostra comprensione dei meccanismi attraverso cui costruiamo significati e interpretazioni del mondo, sottolineando l’importanza del contesto, della soggettività e dell’interazione sociale nel processo di significazione. La distinzione tra senso e significato non solo illumina aspetti fondamentali della filosofia del linguaggio, ma fornisce anche strumenti critici per affrontare questioni relative all’interpretazione, alla comunicazione e alla comprensione intersoggettiva in una varietà di contesti umani e culturali.

Senso e significato

Il significato e il senso: tra oggetto e percezione

Iniziamo considerando il concetto di significato, inteso comunemente come il riferimento diretto che una parola o una frase ha nei confronti di un oggetto o concetto nel mondo reale. Tale relazione tra il simbolo linguistico e ciò che esso indica è fondamentale per la comunicazione: quando parliamo di “albero”, ad esempio, ci riferiamo a quell’entità fisica che è radicata nel nostro ambiente e che riconosciamo come tale. Il significato è dunque il ponte tra il linguaggio e il mondo, permettendoci di navigare e comprendere la realtà che ci circonda attraverso le parole. Il senso, d’altra parte, introduce una dimensione più soggettiva e sfumata della nostra relazione con il linguaggio. Tale aspetto riguarda il modo in cui un concetto o un oggetto viene percepito e interpretato dall’individuo, abbracciando le connotazioni, i contesti e le implicazioni personali o culturali evocate da una parola o espressione. Il senso della parola “albero” può variare significativamente da persona a persona: per alcuni può evocare ricordi d’infanzia, per altri simboli di crescita o di natura, dipendendo dalle esperienze personali e dal contesto culturale di riferimento.

La distinzione di Frege

La distinzione tra senso e significato è stata tematizzata esplicitamente da Gottlob Frege nella sua opera Sul senso e sul significato (1892). Per Frege, il “significato” (Bedeutung) di un termine o di un’espressione linguistica è l’entità o l’oggetto concreto nel mondo reale al quale quel termine si riferisce direttamente. Ad esempio, quando parliamo della “Luna”, il significato di questa parola è l’oggetto celeste specifico che possiamo osservare nel cielo notturno. Il significato, quindi, riguarda la relazione diretta tra il linguaggio e gli oggetti o i fatti a cui il linguaggio si riferisce. D’altro canto, il “senso” (Sinn) di un’espressione riguarda il modo in cui l’oggetto o il concetto è presentato alla mente di chi ascolta o legge. Si tratta di una dimensione più sottile e complessa, che include le vie attraverso le quali un’entità viene percepita, concepita o immaginata. Il senso incorpora quindi non solo la mera identificazione dell’oggetto, ma anche il modo in cui quest’ultimo viene compreso nel contesto di una proposizione o di un discorso. Frege esemplifica la distinzione tra senso e significato con un esempio storico: le espressioni “il vincitore di Jena” e “lo sconfitto di Waterloo” si riferiscono entrambe a Napoleone Bonaparte. Sebbene entrambe le espressioni abbiano lo stesso significato (ossia, l’individuo Napoleone Bonaparte), trasmettono sensi differenti. “Il vincitore di Jena” presenta Napoleone in qualità di generale trionfante in una specifica battaglia, mentre “lo sconfitto di Waterloo” lo dipinge come sconfitto in un altro contesto storico. Ciò illustra come lo stesso riferimento oggettivo, Napoleone Bonaparte, possa essere presentato in modi che evocano immagini mentali, contesti e interpretazioni distinti, sottolineando il ruolo del contesto e della percezione nella comunicazione linguistica.

Tra semantica ed ermeneutica

Nel dominio della semantica, l’analisi si concentra primariamente sul significato letterale delle parole e delle frasi, esaminandone i riferimenti diretti a oggetti, entità o concetti presenti nel mondo reale. Qui, il significato viene indagato in termini di corrispondenza tra le espressioni linguistiche e ciò a cui esse si riferiscono effettivamente, stabilendo una relazione quasi meccanica tra linguaggio e realtà. Al contrario, quando si parla di senso, ci si immerge in una dimensione più ricca e sfaccettata, che trascende la mera denotazione. Il senso si nutre delle percezioni, delle esperienze e dei contesti in cui le parole vengono usate e interpretate. Esso incorpora le varie connotazioni, le implicazioni culturali, storiche e personali che un termine o una frase possono evocare in chi ascolta o legge, rendendo la comprensione del linguaggio un’esperienza soggettiva e profondamente radicata nel contesto specifico di ciascun individuo. L’ermeneutica, come disciplina dedicata all’interpretazione dei testi, simboli e artefatti culturali, eleva ulteriormente la discussione, attribuendo una particolare importanza alla distinzione tra senso e significato. In questo campo, l’attenzione si sposta verso la complessità dell’interpretazione, riconoscendo che ogni testo o simbolo può aprire a molteplici livelli di comprensione. Questi strati di senso emergono non solo dal testo stesso, ma anche dall’interazione con il contesto storico, culturale e personale dell’interprete, suggerendo che la decifrazione di un’opera sia un dialogo continuo tra il lettore e il materiale di fronte a lui, piuttosto che la semplice estrazione di un significato fisso e univoco.

L’influenza del contesto

La questione del contesto emerge come fattore determinante, come evidenziato dal lavoro di filosofi del linguaggio quali Ludwig Wittgenstein. La sua nozione di “giochi linguistici” illustra come il significato di parole ed espressioni sia intrinsecamente legato al loro utilizzo in specifici contesti, mostrando che il senso di un’espressione può variare a seconda delle circostanze. Tale prospettiva enfatizza l’idea che la comprensione del linguaggio sia profondamente ancorata all’uso pratico all’interno di comunità di parlanti, sottolineando come sia il senso sia il significato siano intimamente connessi alle dinamiche sociali, culturali e individuali che caratterizzano ogni atto comunicativo.

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Fallacie logiche

La fallacia è un vizio di ragionamento, un argomento che sembra corretto ma che, a un esame più attento, si dimostra non essere tale. Le fallacie sono varie e in alcuni casi vengono utilizzate di proposito, per vincere in una discussione, come in un debate, in modo scorretto.

Ecco le 20 fallacie logiche più importanti e celebri, con una breve spiegazione, spunti su come identificarle e controbattere ed esempi concreti:

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Il movimento in Aristotele

La questione del movimento in Aristotele è centrale per comprendere la sua ontologia, nonché per penetrare la struttura della sua fisica e della metafisica. Aristotele tratta i concetti di movimento e cambiamento in maniera intercambiabile e identifica quattro tipologie principali di movimento: il movimento sostanziale, il movimento qualitativo, il movimento quantitativo e il movimento locale.

Movimento in Aristotele

Terminologia e struttura della Fisica di Aristotele

Nella traduzione e cura della Fisica di Aristotele da parte di Luigi Ruggiu, edita dalla Mimesis, vengono esplicitamente indicati i termini greci “kynesis” e “metabolé” come sinonimi . Scrive, infatti, Ruggiu: «ciò che indichiamo con il termine “movimento” e che traduce i due significati che Aristotele spesso usa in modo indifferenziato e quasi come sinonimi, e cioè kynesis e metabolé, ricomprende in sé tutte le diverse forme di movimento – generazione e corruzione, alterazione, crescita e diminuzione, traslazione – e cioè rispettivamente – adottando le categorie come schema di riferimento -, il movimento secondo la sostanza, quello secondo la quantità o la qualità o il luogo».  Sempre nel saggio introduttivo all’opera di Aristotele si legge una scansione dei vari libri riconducibili alla Fisica aristotelica: «lo stesso Aristotele ritiene che nella Fisica vi siano due parti essenziali, l’una rivolta alla trattazione del problema dei “principi”, l’altra all’aspetto più specifico del “movimento”. Del primo, fanno parte il primo libro, dedicato alla individuazione dei principi primi del movimento – il sostrato e i due contrari, cioè forma e privazione; il secondo libro, che assume un nuovo inizio e che tratta della physis come principio delle cose che hanno in se stesse il principio del movimento, e quindi della physis come espressione di “causa” nella quadruplice articolazione di causa materiale, causa formale, causa efficiente e causa finale. Infine, il terzo e quarto libro, che, dopo un’analisi del significato che il divenire in quanto tale riveste, prendono in esame gli aspetti strutturali comuni ad ogni realtà che è nel divenire, e cioè rispettivamente l’infinito, lo spazio, il vuoto e il tempo. Il V e il VI libro affrontano la questione del continuo, il quale costituisce una sorta di meta-struttura in quanto è presente in tutti i momenti che caratterizzano il divenire. L’ottavo libro si propone infine la dimostrazione del Motore Immobile come principio primo dal quale il movimento dipende. Il libro settimo mostra una struttura del tutto autonoma rispetto a questo coerente disegno generale, approfondendo una serie di problemi specifici». (cfr. Aristotele, Fisica, Mimesis, Milano, 2007, pp. XVI, XXI-XXII, e in generale da XV a LXVI relative al saggio introduttivo del curatore Luigi Ruggiu)

Fisica V è forse l’unico luogo dove movimento e mutamento vengono distinti in modo più chiaro, che però non rispecchia gran parte della sua trattazione. Alcuni studiosi come Cambiano sostengono che kinesis viene impropriamente tradotto con ‘movimento’, perché il movimento in senso proprio è soltanto quello secondo il luogo. Infatti, nel testo Storia della filosofia occidentale, curato da Giuseppe Cambiano, Luca Fonnesu e Massimo Mori, per quanto riguarda la fisica di Aristotele, nel capitolo curato da Luciana Repici, si legge: «In quanto conoscenza causale di quel particolare tipo di essere che è l’essere in movimento e/o mutamento, la fisica conosce i suoi oggetti secondo il quadruplice paradigma comprendente causa materiale, causa efficiente, causa formale e causa finale. Si tratta ora di sapere che cos’è il movimento e/o mutamento e quali e quanti sono i suoi tipi». Il testo, quindi, tratta i termini mutamento e movimento come sinonimi e intrinsecamente legati. La trattazione prosegue così: «Non esiste infatti movimento e/o mutamento al di fuori delle cose che sono in movimento e/o mutamento; quindi, per sapere che cos’è movimento e/o mutamento bisogna indagare in quali e quanti modi le cose sono e si dicono di essere. Ma questi modi si articolano secondo le diverse categorie (la sostanza, la quantità, la qualità ecc…) […]. Primario come nel caso dell’essere secondo le diverse categorie è il movimento sostanziale, ossia il venire ad essere (generazione) e il cessare di essere (corruzione) di una sostanza, come nel caso della nascita o della morte di un uomo. È questo un movimento primario nel senso che, come le altre categorie esistono in funzione della sostanza e in quanto suoi predicati, così anche gli altri tipi di movimento e/o mutamento non possono esistere senza la sostanza di cui sono proprietà. Solo di qualcosa che è si può dire che si muove o muta secondo le altre categorie, in primo luogo quantità e qualità. […] Ma, oltre ad accrescersi, diminuire e alterarsi, una sostanza può anche spostarsi di luogo» (cfr. G. Cambiano, L. Fonnesu, M. Mori, Storia della filosofia occidentale/1, Dalla Grecia antica ad Agostino, Il Mulino, Bologna, 2014, pp. 186-187). Pertanto, come si evince, per i curatori i movimenti sono quattro e, inoltre, la sostanza non è un movimento di secondo ordine. 

L’Interconnessione tra Fisica e Metafisica

Nel testo Storia della filosofia antica, curato da Franco Trabattoni, innanzitutto si riconosce la compenetrabilità dei due testi aristotelici, Metafisica e Fisica, circa le questioni di fisica. Scrive, infatti, Trabattoni: «la fisica e la filosofia prima non possono essere considerate due scienze del tutto separate, e dunque esclusive una dell’altra. Al contrario, dal momento che la fisica studia i principi generali della realtà con la sola eccezione di ciò che vale esclusivamente per le sostanze immobili, una buona parte del lavoro che essa svolge è incorporato dalla stessa filosofia prima». Parlando, poi, del movimento, Trabattoni afferma: «Quasi all’inizio della Fisica Aristotele spiega che le cose che sono per natura, come risulta da semplice induzione, sono o tutte o in parte soggetto a mutamento (Phys. I 2 185° 12-14) […] Aristotele spiega che gli enti per natura sono quelli che possiedono un principio di movimento interno (Phys. II 1 192b 13-15), ossia che hanno una certa disposizione a muoversi». Trabattoni usa come sinonimi movimento e mutamento. Importante, per il nostro assunto, è però il passo di poco successivo «Non esiste però un unico genere di mutamento. Aristotele, sfruttando la sua dottrina delle categorie, ne individua quattro (Phys III 1 200b 12-201a 9; De gen. Et corr. I capp. 1-5): 1. Secondo la sostanza, che corrisponde alla generazione e corruzione (se una cosa muta secondo la sostanza, ciò che muta è la sua essenza, dunque si distingue dando origine a un’altra cosa); 2. Secondo la qualità (alterazione); 3. Secondo la quantità (aumento e diminuzione); 4. Secondo il luogo (moto locale)» (Cfr. Franco Trabattoni, a cura di, Storia della filosofia antica II Platone e Aristotele, Carocci editore, Roma, 2019, pp. 216, 221). 

Interpretazione simile è offerta da Giovanni Reale, filosofo esperto di filosofia antica, che nella sua opera dedicata ad Aristotele scrive: «La seconda scienza teorica per Aristotele è la “fisica” o “filosofia seconda”, la quale ha come oggetto di indagine la realtà sensibile, intrinsecamente caratterizzata dal movimento, così come la metafisica ha ad oggetto la realtà soprasensibile, intrinsecamente caratterizzata dalla mancanza assoluta di movimento». Scrive, ancora, Reale, che la fisica di Aristotele «non è una scienza quantitativa della natura, ma una scienza qualitativa: paragonata alla fisica moderna, quella di Aristotele risulta, più che una “scienza”, una “ontologia” o “metafisica” del sensibile. […] Non sarà, dunque, motivo di stupore il fatto che si trovino nei libri di Metafisica abbondanti considerazioni fisiche (nel senso precisato) e, viceversa, nei libri di Fisica abbondanti considerazioni di carattere metafisico, giacché gli ambiti delle due scienze sono strutturalmente intercomunicanti». Fatta tale introduzione al tema, confrontandola con la concezione platonica e quella di Parmenide, Reale afferma successivamente: «il movimento (e il mutamento in genere) è precisamente il passaggio dall’essere in potenza all’essere in atto (il movimento è l’atto o l’attuazione di ciò che è in potenza in quanto tale, dice Aristotele)» e a supporto di tale affermazione riporta i riferimenti ai testi di Aristotele, sia della Fisica (Γ 1, 201 a 10 sg.) che della Metafisica (K 9, 1065 b 33). Dal momento che, sostiene Reale, «potenza e atto riguardano le varie categorie e non solo la prima. Per conseguenza, anche il movimento, che è passaggio dalla potenza all’atto, riguarderà le varie categorie (tutte le categorie o le principali)». Anche a supporto di tale interpretazione Reale cita i passi di Aristotele, tratti dal libro della Fisica (Γ 1.2) e Metafisica (K 9). Dopo aver escluso alcune categorie, Reale conclude affermando che «Restano le categorie: 1) della sostanza 2) della qualità, 3) della quantità, 4) del luogo, ed è proprio secondo queste categorie che avviene il mutamento». Reale arriva, poi, a distinguere tra mutamento e movimento (senza, tuttavia, citare la fonte in base alla quale opera tale distinzione) ma subito dopo lega nuovamente divenire e movimento, affermando che «la struttura ilemorfica della realtà sensibile, che necessariamente implica materia e potenzialità, è dunque la radice di ogni movimento», riportando il riferimento ad Aristotele, relativo a Fisica A, 5sgg. E 1-2. (cfr. Giovanni Reale, Introduzione a Aristotele, Editori Laterza, Roma-Bari, 2002, pp. 72-76)

Osservazioni conclusive

La tesi che in Aristotele i termini ‘movimento’ e ‘cambiamento’ siano utilizzati in modo intercambiabile sembra trovare ampio sostegno nella letteratura secondaria. Oltre a questo, emerge un consenso sul fatto che vi siano quattro tipi principali di movimento, in accordo con le categorie aristoteliche. Questa pluralità di tipi di movimento e la loro articolazione in relazione alle categorie offrono una struttura ontologica e metafisica complessa, che continua ad essere di fondamentale importanza per la filosofia occidentale.

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Il conflitto è madre di tutte le cose

Atene, V secolo a.C. Mentre l’acropoli riflette il bagliore del sole, Socrate, circondato da un gruppo di giovani ateniesi, sfida un sofista di nome Protagora. Socrate, con la sua abituale ironia, pone domande penetranti, cercando di smantellare le affermazioni relativistiche del sofista. Protagora, da parte sua, è un maestro della retorica, abilmente agile nel difendere le sue posizioni. L’aria è densa di tensione, ma anche di eccitazione. Qui, nel cuore della polis, emerge un conflitto profondo tra due visioni del mondo [1].

Capita spesso di leggere nei giornali delle critiche agli intellettuali accusati di essere divisivi, conflittuali, polemici e provocatori. Ci si immagina, in questi casi, che l’intellettuale stia abbandonando il luogo ameno in cui dovrebbe essere relegato, probabilmente la poltrona di casa, per portare scompiglio anziché contribuire all’ordine e a mantenere lo status quo.

Riflettere sulla conflittualità, di idee e valori, diventa fondamentale per comprendere quanto manchino in Italia questo tipo di intellettuali e quanto, invece, siano necessari. Mentre abbondano, purtroppo, polemisti e provocatori.

Il conflitto di idee non è uno scontro retorico

Tornando a parlare di Socrate e del suo scontro con Protagora, vediamo come il conflitto d’idee possa diventare un’arte necessaria alla comunità. Viene utilizzata la parola “conflitto” in modo preciso, come urto, collisione e mescolamento, come in una zuffa, come rivela l’etimologia «cum + fligere», cioè «percuotere insieme». Socrate non dibatte solo per il piacere del confronto, ma percuote le idee dell’interlocutore, le analizza, le critica, le demolisce e le mescola, per guidare gli individui verso la verità e, conseguentemente migliorare la comunità. Tale attività differisce dalla competizione retorica, di cui è un esempio Cicerone, che invece punta alla vittoria oratoria senza necessariamente far evolvere il pensiero. Mentre l’obiettivo di Socrate è etico e legato al bene comune, la competizione retorica può tranquillamente trascurare tali valori.

Il conflitto è potente

Il conflitto-polemos, come insegna Eraclito, è «padre di tutte le cose e di tutte è sovrano e gli uni li disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni li fa schiavi gli altri liberi» [2]. La conflittualità ha da sempre avuto un ruolo centrale nella riflessione filosofica, non solo come mera espressione di disaccordi, ma come catalizzatore di crescita e cambiamento. Il conflitto è potente, ma la sua forza non risiede nel distribuire potere, quanto piuttosto nell’aprire nuove prospettive e creare possibilità. Laddove c’è conflitto, c’è anche l’opportunità di esplorare, di sfidare e di essere sfidati, permettendo la nascita di nuove visioni del mondo.

Tale visione del conflitto si allontana dalla semplice contesa o dalla divisione tra vincitori e vinti. È piuttosto un mezzo per affinare le idee, mettere alla prova le proprie convinzioni e imparare dagli altri. In questo contesto, essere conflittuali non diventa un segno di aggressività, ma un invito alla profonda riflessione e crescita personale.

La filosofia di Hegel ce ne fornisce una chiara illustrazione. Per Hegel, la dialettica – ovvero il processo attraverso il quale le idee si scontrano e si risolvono in una sintesi superiore – è la forza trainante della storia e del pensiero. Il conflitto, nella sua visione filosofica, non è solo inevitabile, ma necessario. L’«immane potenza del negativo», di cui parla il filosofo, non è un’entità distruttiva, ma piuttosto una forza che rompe le vecchie strutture per dar spazio a nuove formazioni. Attraverso l’opposizione e il confronto emergono nuove verità o, per meglio dire, la stessa verità a un livello più alto.

Il conflitto è democratico

Il conflitto genuino di idee è intrinsecamente legato all’essenza della democrazia. Come ha sintetizzato Michela Murgia: «io sono conflittuale perché sono democratica» [3]. La democrazia si basa sull’idea che ognuno abbia il diritto di esprimere la propria opinione, di essere ascoltato, e che queste opinioni possano coesistere e competere pacificamente nello spazio pubblico.
Ancora una volta dobbiamo rifarci alla tradizione greca. Nella polis greca, infatti, l’agorà rappresenta non solo un mercato ma anche un luogo di discussione e di dibattito pubblico, una manifestazione dell’«agire politico», come Hannah Arendt ha scritto in Vita activa. Per Arendt, infatti, la politica non è solo il risultato di azioni, ma è l’azione stessa, avvenuta nello spazio pubblico tra individui unici e distinti.

La filosofia, d’altronde, ha sempre riconosciuto l’importanza di questo confronto. John Stuart Mill, nel suo testo Sulla libertà, ha sottolineato come solo attraverso il confronto e il dibattito possiamo avvicinarci alla verità. Per Mill, persino una falsa opinione ha valore, in quanto mettendo alla prova la verità, la rinforza. Ma Mill avverte anche dei pericoli di una «tirannia della maggioranza», dove le opinioni impopolari vengono soffocate, e sottolinea l’importanza di proteggere la libertà di espressione.

In un sistema democratico, infatti, la pluralità delle voci e delle opinioni è essenziale per garantire una vera rappresentanza dei cittadini. Tuttavia, come la storia di Socrate ci insegna, la conflittualità porta inevitabilmente alla divisione. Ma non dobbiamo pensare che questa divisione sia di per sé negativa. Essere divisivi non significa alimentare cieche tifoserie o scendere in insensate faide. Significa piuttosto delineare chiaramente le posizioni, articolare visioni del mondo diverse e invitarne l’esplorazione. In questa divisione, si presentano mondi che possiamo scegliere di abitare o rifiutare.

Il conflitto non è derisione

La conflittualità è al cuore del nostro stare insieme. Tuttavia, è fondamentale distinguere tra il confronto genuino e la semplice derisione o l’insulto. Il conflitto genuino richiede, come Socrate dimostra, una certa forma di rispetto reciproco. Anche se Socrate spesso demolisce gli argomenti dei suoi interlocutori, lo fa attraverso domande metodiche e profonde e la sua ironia non cade mai nel vilipendio. Questa è la base del metodo socratico: un modo di interrogare che porta l’interlocutore a riconoscere le proprie inconsistenze, spingendolo verso una maggiore chiarezza di pensiero. Del rispetto che dobbiamo avere per l’interlocutore ne ha parlato in modo estremamente chiaro Kant. Come sottolinea Immanuel Kant attraverso il suo concetto dell’imperativo categorico, dobbiamo trattare gli altri non (solo) come mezzi, ma come fini in sé [4]. Questo suggerisce che, anche nel mezzo del conflitto, dobbiamo riconoscere la dignità intrinseca dell’altro e trattarlo con rispetto.

Il conflitto, tuttavia, può snaturarsi e sfociare nel desiderio di sopraffazione. È un altro filosofo, Friedrich Nietzsche, a mostrarci i pericoli della «volontà di potenza», che per Nietzsche si esercita nel porre valori e schemi interpretativi nuovi. La volontà di potenza, che è una forza vitale e auto-creatrice, diventa pericolosa quando diventa un mezzo per schiacciare gli altri piuttosto che per elevare se stessi [5]. Sminuire e ridurre l’altro, attraverso l’insulto e la derisione, è solo un modo per esercitare un potere di dominio. Questo, però, non ha nulla a che fare con la vera conflittualità, che mira a una comprensione più profonda, e diventa piuttosto un tentativo di sopprimere il dialogo stesso.

Martin Buber, nel suo celebre lavoro Io e Tu, ha sottolineato l’importanza di vedere l’altro come un vero interlocutore, un «Tu», piuttosto che come un oggetto di derisione o di disprezzo. Secondo Buber, quando trattiamo l’altro come un vero interlocutore, possiamo entrare in una relazione autentica, che è la base di ogni dialogo profondo e significativo.

Il conflitto non è una provocazione

Il conflitto provoca, perché come insegna l’etimologia «chiama fuori», ma non è una semplice provocazione , intesa come azione concepita per suscitare una reazione, spesso di natura emotiva. La provocazione, infatti, è un’arte superficiale, che gioca con le apparenze e si nutre di reazioni immediate, fa leva sui nostri istinti, sulle nostre fragilità. Al contrario, la conflittualità, intesa come scontro di idee, va oltre la superficie, scavando in profondità, cercando verità e chiarimento e tirandole fuori, affinché possano essere viste, comprese e giudicate. La conflittualità fa leva sulla razionalità, discute i valori. Una provocazione chiude il dialogo, mentre un conflitto autentico lo apre.

La conflittualità svela e rivela i veri elementi in gioco. E qui come non ricordare Martin Heidegger che, nel suo esame dell’essenza della verità (aletheia, ciò che viene svelato), ha sottolineato come questa emerga attraverso un processo di rivelazione e occultamento [6]. Tuttavia, nel contesto del nostro discorso, è evidente che la provocazione tenda più a oscurare che a rivelare.

Il conflitto non è una polemica

Il conflitto di idee trascende la semplice polemica. Mentre il primo si focalizza sulla profondità dell’argomentazione e sulla ricerca di verità, illuminando le molteplici sfaccettature di un problema, la polemica è spesso caratterizzata da una critica superficiale e talvolta acrimoniosa, e spesso cade nella trappola dell’ad hominem, attaccando la persona piuttosto che l’argomento. Inoltre, la polemica può diventare un mezzo per mascherare la propria insicurezza intellettuale, distogliendo l’attenzione dal vero dibattito. Il conflitto di idee non sfugge dagli elementi profondi in gioco e li mette in luce.

Il conflitto fa emergere il dissenso già esistente

Nel nostro mondo moderno, dove le idee spesso diventano trincee e le divisioni sembrano profonde e incolmabili, è essenziale comprendere la vera natura della conflittualità. Essere conflittuali non significa esacerbare gli animi o cercare la discordia per il suo stesso valore. Al contrario, si tratta di far emergere il dissenso, di dare voce a quelle opinioni e sentimenti che, se soppressi, potrebbero trasformarsi in un veleno corrosivo, alimentando sentimenti di impotenza, solitudine e frustrazione. La potenza del dissenso risiede nella sua capacità di sfidare lo status quo, di sollecitare la società a riflettere criticamente e di spingere verso il cambiamento.

Il filosofo olandese Baruch Spinoza ha sostenuto che la libertà di pensiero e di espressione sono essenziali per il progresso della conoscenza e della morale, perché queste vanno di pari passo [7]. In questo senso, il conformarsi del pensiero può solo portare a una stagnazione intellettuale, che è anche una immaturità morale.

Un altro filosofo, Jürgen Habermas, ha parlato di «agire comunicativo», sottolineando l’importanza di uno spazio pubblico in cui gli individui possano discutere liberamente, in condizioni di parità, senza costrizioni o manipolazioni [8]. In questo contesto, il dissenso diventa un mezzo per raggiungere una comprensione intersoggettiva e un consenso genuino.

Il conflitto permette di costruire

Infine, il conflitto spesso è percepito come un elemento di frattura, ma richiede in realtà due qualità essenziali alla costruzione di un orizzonte comune: l’intelligenza e l’empatia. Intelligenza, perché il conflitto richiede capacità di analisi e riflessione per difendere le proprie idee e comprendere le opinioni altrui. Empatia, perché a un livello profondo, il conflitto ci spinge a vedere il mondo attraverso gli occhi dell’altro. Questo non significa essere d’accordo con il suo punto di vista, ma piuttosto comprendere da dove provengono, quali esperienze o credenze stanno guidando le sue opinioni e sentimenti.

Note

[1] cfr. Platone, Protagora

[2] Eraclito, frammento 53

[3] M. Murgia, Istruzioni per diventare fascisti (video)

[4] I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, UTET, 1995, pp. 88

[5] cfr. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra e scritti successivi

[6] M. Heidegger, Segnavia, Adelphi, 1987

[7] cfr. B. Spinoza, Etica

[8] J. Habermas, Teoria dell’agire comunicativo

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Il Partito Comunista Italiano

Nato a Livorno il 21 gennaio 1921 con il nome di Partito Comunista d’Italia (poi rinominato Partito Comunista Italiano nel 1943), il PCI diventò, dopo l’esperienza della dittatura fascista, il più importante partito della sinistra italiana.

Antonio Gramsci

Uno dei suoi fondatori, Antonio Gramsci, è stato tra i più importanti intellettuali italiani. Il capo più rappresentativo fu però Palmiro Togliatti, che guidò il PCI negli anni della ricostruzione, facendo diventare i comunisti un attore importante nella nascita della Costituzione. Sul PCI di Togliatti ci sono diverse interpretazioni: alcuni studiosi sottolineano il ruolo del partito nella costruzione della democrazia italiana (anche se mantenne vivo l’entusiasmo rivoluzionario dei suoi militanti), altri storici evidenziano invece il legame stretto di Togliatti con Stalin e con l’URSS, da cui, in pratica, dipendeva ogni scelta del PCI, che approvò perfino la repressione sovietica a Budapest nel 1956. Inoltre, la presenza di un così forte partito comunista e di un debole partito socialista ha impedito per molti anni in Italia l’alternanza al governo, facendo della Democrazia Cristiana il partito della difesa della democrazia italiana dal pericolo sovietico.

Manifesto del Partito Comunista italiano

Negli anni il PCI cominciò a riflettere sulla possibilità di costruire una “via italiana al socialismo”, vista l’impossibilità di arrivare al potere in un’Italia ormai saldamente inserita nell’Alleanza Atlantica. La stagione più vivace del PCI fu quella della guida di Enrico Berlinguer, segretario dal 1972 al 1984: il PCI si allontanò piano piano dall’URSS, progettando la nascita di un “eurocomunismo”, anche se ancora c’erano al suo interno settori vicini a Mosca. Ma in quegli anni c’era anche per il PCI il pericolo della contestazione dei movimenti studenteschi e dei movimenti extra-parlamentari. Berlinguer portò il PCI a collaborare con la DC al governo alla fine degli anni Settanta. Negli anni Ottanta iniziò il declino del partito, che perse voti a ogni elezione e perse anche diverse battaglie politiche e sindacali (la sconfitta nello sciopero della Fiat nel 1980, con la “marcia dei quarantamila”, e la sconfitta al referendum sulla “scala mobile” nel 1985, vinto dai socialisti, sono i simboli di quel tramonto). Solo nel 1989, caduti i regimi comunisti dell’Est, il PCI capì che doveva cambiare e il 3 febbraio 1991 finiva la storia di questo partito, trasformato in Partito Democratico della Sinistra, poi entrato nell’Internazionale Socialista. Il simbolo della falce e martello è scomparso solo nel 1998, con la nascita dei Democratici di Sinistra. E’ così stato possibile per uomini politici provenienti dal PCI arrivare infine al governo e nelle più alte cariche dello Stato: Massimo D’Alema è diventato Presidente del Consiglio dal 1998 al 2000, mentre Giorgio Napolitano, esponente dell’area più moderata del PCI (che dialogava con gli USA), è diventato Presidente della Repubblica nel 2006.

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Web reputation: gestire la nostra presenza online

Nell’epoca digitale in cui viviamo, la nostra presenza online rappresenta un aspetto fondamentale della nostra reputazione. Ogni giorno, milioni di individui utilizzano Internet per cercare informazioni sui loro colleghi, amici, familiari e potenziali dipendenti. Come insegnante, è essenziale comprendere l’importanza della web reputation e saperla gestire in maniera efficace.

Web reputation

Che cos’è la web reputation?

La web reputation rappresenta la reputazione online di un individuo, la quale può essere influenzata da una serie di fattori, tra cui i contenuti pubblicati sui social media, i commenti online, le recensioni e le informazioni sui siti web personali o professionali.

La web reputation è fondamentale nel contesto lavorativo. Infatti, secondo uno studio recente, il 63% dei reclutatori controlla i social media, il 78% cerca informazioni sui potenziali dipendenti sui motori di ricerca, mentre il 48% dei reclutatori controlla i siti personali dei candidati per decidere se assumere o meno.

Ma come possiamo migliorare la nostra web reputation? Ecco alcuni utili consigli per gestire in maniera efficiente la propria presenza online:

Elaboriamo una strategia digitale

È importante creare una strategia digitale per la propria presenza online. Ciò implica essere in grado di pianificare e gestire in maniera efficace la propria presenza online, con un obiettivo chiaro in mente, senza che siano gli altri a deciderla per noi.

Monitoriamo la nostra web reputation

Effettuiamo ricerche su Google per verificare la nostra presenza online e monitoriamo i risultati, in particolare quelli che potrebbero essere rilevanti per la nostra attività lavorativa. Possiamo utilizzare strumenti come Google Alerts per rimanere informati in tempo reale sulle menzioni del nostro nome online.

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5 indicazioni su come fare ricerche con Google

Google è il motore di ricerca più utilizzato al mondo, grazie alla sua vasta raccolta di informazioni e alla sua capacità di fornire risposte accurate e pertinenti alle richieste degli utenti. Questo lo rende uno strumento estremamente utile per gli studenti e gli insegnanti di storia e filosofia, che spesso devono fare ricerche approfondite su temi complessi e articolati.
Proprio la vasta raccolta delle informazioni a cui si ha accesso richiede un utilizzo accorto del motore di ricerca. Vengono qui presentate alcune indicazioni per migliorare la ricerca con Google e sfruttarne al massimo il potenziale.

Indicazioni per migliorare la ricerca con Google

Utilizzare le virgolette

Se stiamo cercando informazioni su un evento storico specifico o su un concetto di filosofia particolare, possiamo utilizzare le virgolette per cercare frasi esatte. Ad esempio, se stiamo cercando informazioni sulla “Rivoluzione francese”, si può digitare la frase tra virgolette per trovare solo pagine che contengono quella frase esatta. In questo modo eviteremo di trovare informazioni casuali o poco rilevanti.

Utilizzare il segno meno

Se, invece, stiamo cercando informazioni, ma vogliamo escludere alcune parole o concetti, possiamo utilizzare il segno meno davanti alle parole che vogliamo escludere. Ad esempio, se stiamo cercando informazioni sulla “Seconda guerra mondiale”, ma vogliamo escludere informazioni sull’ “Europa”, possiamo digitare “Seconda guerra mondiale -Europa” per ottenere solo informazioni rilevanti alla nostra ricerca.

Utilizzare i due punti

Se, inoltre, stiamo cercando informazioni su un sito specifico, si possono utilizzare i due punti per limitare la nostra ricerca solo a quel sito. Ad esempio, se stiamo cercando informazioni su “Churchill” solo sul sito della “BBC”, digiteremo “Churchill site:bbc.com” per trovare solo pagine su quel sito.

Utilizzare l’asterisco

Se, invece, stiamo cercando informazioni su eventi, filosofi o concetti, ma non siamo sicuri di come esattamente le parole siano state impiegate, utilizziamo l’asterisco per trovare parole correlate o varianti. Ad esempio, se stiamo cercando informazioni sulla “Guerra di secessione americana” ma non siamo sicuri se cercare “Guerra civile americana” o “Guerra di secessione americana”, possiamo digitare “Guerra * americana” per trovare informazioni relative a entrambe le espressioni.

Utilizzare la ricerca avanzata di Google

Infine, per migliorare la nostra ricerca con Google, se stiamo cercando informazioni più specifiche o dettagliate, possiamo utilizzare la ricerca avanzata di Google. In questo modo, possiamo limitare la nostra ricerca in base alla data, al luogo, al tipo di file, alla lingua e ad altri fattori. Possiamo accedere alla ricerca avanzata di Google facendo clic sulla freccia verso il basso accanto alla barra di ricerca di Google e selezionando “Ricerca avanzata”. 


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15 app per conoscere e studiare storia

Per gli appassionati di storia e per gli insegnanti che vogliono rendere più interessanti le loro lezioni, le tecnologie digitali possono offrire molte opportunità. Esistono, infatti, diverse app per conoscere e studiare storia.

App per conoscere la storia

Qui di seguito vengono presentate alcune applicazioni che aiuteranno a scoprire nuovi aspetti della storia attraverso esperienze interattive e coinvolgenti. Si possono esplorare le epoche più remote, visitare i luoghi più importanti e conoscere i personaggi più famosi, il tutto grazie al nostro smartphone.

Google Earth – Tour storici virtuali

Google Earth è un’applicazione gratuita che permette di esplorare l’intero mondo con una vista dall’alto, sfruttando la rappresentazione in 3D del terreno e le immagini satellitari di tutto il pianeta.
L’applicazione integra anche guide della National Geographic, della NASA e della BBC Earth ed è un valido strumento per integrare le lezioni di storia.

Calendario Storico

Calendario Storico è un’applicazione che offre la possibilità di esplorare la cronologia di ogni giorno, arricchita da eventi e collegamenti ad articoli correlati. Calendario storico presenta una piacevole rappresentazione visiva ed è possibile salvare gli eventi che interessano di più e persino aggiungere avvenimenti personali. Inoltre, l’app permette di cercare personaggi ed eventi specifici e di filtrare le informazioni in base ai periodi storici che interessano di più.

Google Arts & Culture

Google Arts & Culture rappresenta un’ottima occasione per accedere alle meraviglie artistiche e culturali di oltre 80 paesi, con una grande varietà di opere d’arte e fotografie. Grazie a un’interfaccia intuitiva, l’app permette di esplorare la storia dell’arte e della cultura, scoprire informazioni e approfondimenti sugli artisti, e persino visitare virtualmente alcuni dei musei più importanti del mondo.

History Timeline

History Timeline è una mega linea del tempo con migliaia di voci, dalla preistoria a oggi. Questa applicazione, semplice e molto ricca, permette di avere una visione di insieme degli eventi.
Inoltre, l’applicazione fornisce i collegamenti a Wikipedia per approfondire.
Tuttavia, al momento History Timeline è disponibile solo in inglese, benché sia facilmente consultabile anche da chi ha poca dimestichezza con la lingua.

Quiz Histoire du Monde

Quiz Histoire du Monde è un gioco a quiz di storia, disponibile in varie lingue, in cui è possibile mettersi alla prova per testare le proprie conoscenze storiche e approfondirle.

Knowledge Trainer

Knowledge Trainer è un’applicazione che fornisce quiz di varia natura, tra cui quelli di storia, ed evidenzia progressi ed errori compiuti.
L’applicazione è disponibile in varie lingue ma non in italiano.

History Quiz

History Quiz è un’applicazione che, come dice il nome, fornisce numerosi quiz di storia, suddivisi per temi e periodi.
L’app contiene più di 2000 domande ed è in costante aggiornamento. 
Tuttavia, ad oggi, History Quiz è disponibile solo in inglese.

History Hit TV

History Hit TV offre una vasta libreria di video a tema storico, con centinaia di ore di documentari, film originali esclusivi, interviste e podcast senza pubblicità.
Al momento, l’applicazione non è disponibile in italiano.

Historia Universal

Historia Universal è un’app gratuita ben fatta sulla storia del mondo, scritta con parole semplici. L’applicazione è gratuita ma è totalmente in spagnolo. 

Today in History

Today in History è un’applicazione in francese (con una traduzione in inglese non sempre accurata) in cui scoprire vari avvenimenti accaduti in un determinato giorno. 
L’applicazione è gratuita ma non è disponibile in italiano.

Se Coucher Moins Bête

Se Coucher Moins Bête (tradotto: andare a dormire meno bestie) è una simpatica applicazione francese, tradotta anche in inglese, che permette di conoscere aneddoti vari su luoghi, periodi, persone. Gli aneddoti si possono salvare e commentare, entrando a far parte di una community.
Tuttavia, ad oggi l’applicazione non è disponibile in italiano.

Civilisations AR

Civilisations AR è un’applicazione creata dalla BBC per utilizzare la realtà aumentata e immergersi in numerosi dettagli storici. L’applicazione nasce dalla collaborazione tra la BBC, la Nexus Studios e oltre 30 musei del Regno Unito. Con Civilisations AR è possibile studiare artefatti e opere storiche tra le più conosciute dell’antichità.
L’applicazione, tuttavia, non è al momento disponibile in italiano, inoltre, non c’è la versione per android.

BBC Bitesize – Revision

BBC Bitesize – Revision è un altro prodotto targato BBC ed è stata creata per aiutare gli studenti del Regno Unito alle prese con gli esami delle scuole superiori. L’applicazione aiuta a ripassare le varie materie, tra cui storia, ed è veramente ben fatta.
L’applicazione, tuttavia, non è al momento disponibile in italiano, inoltre, non c’è la versione per android.

Kings & Queens of England

Kings & Queens of England è un divertente gioco a quiz per conoscere i regnanti inglesi. Il gioco prevede 6 livelli, con 20 domande su re e regine nel Regno Unito, che dovranno essere riconosciuti in base ai quadri, agli anni di regno o alle dinastie di appartenenza.
L’applicazione, tuttavia, non è disponibile in italiano, inoltre, non c’è la versione per android.

The History of Everything

The History of Everything è una app open source ed è concepita come una timeline verticale che consente di navigare, esplorare e confrontare eventi storici, dalla creazione dell’universo ai giorni d’oggi. Gli eventi, inoltre, sono accompagnati da illustrazioni.
L’applicazione, tuttavia, non è al momento disponibile in italiano e gli eventi storici presenti non sono ridotti. Inoltre, non c’è la versione per android.


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Uso della tecnologia per studiare storia

In un passo delle sue Annales, Tacito ci ricorda che tutte le cose che riteniamo antiche in realtà hanno avuto un inizio. La sua affermazione, “Omnia quae nunc vetustissima creduntur, nova fuere“, mette in evidenza la fluidità del tempo e la mutevolezza delle cose che ci circondano. Tuttavia, l’enfasi del grande storico non è tanto sulla caducità delle cose, quanto sullo spirito aperto che è necessario per comprendere la storia in modo più profondo.
Tecnologie e storia non sono antitetici. Lo storico, infatti, non teme le novità, gli avanzamenti tecnologici o i cambiamenti epocali, in quanto la sua formazione intellettuale gli ha permesso di acquisire una visione più ampia e articolata delle cose. In questo senso, la tecnologia non può essere vista come un’ostacolo o una minaccia per lo studio e l’insegnamento della storia, bensì come un valido strumento per rendere quest’ultimo più accessibile, interattivo e coinvolgente.

Tecnologie e storia

La tecnologia come un valido supporto

La tecnologia offre infinite opportunità per approfondire la conoscenza storica e per rendere la materia più coinvolgente per gli studenti. Attraverso l’uso di strumenti interattivi, di simulazioni, di mappe digitali e di archivi online, è possibile offrire ai discenti un’esperienza formativa coinvolgente ed eterogenea, che tiene conto delle loro diverse attitudini e preferenze di apprendimento. In tal modo, la tecnologia diventa un alleato della cultura e dell’istruzione, offrendo un nuovo modo di esplorare il passato e di capire il presente.

La storia e le nuove tecnologie

Tecnologie e storia: l’accesso alle fonti

La tecnologia si presenta come uno strumento imprescindibile per la fruizione di una vasta quantità di informazioni storiche. La possibilità di accedere a fonti online come enciclopedie, siti web di musei, archivi e biblioteche digitali consente di reperire informazioni in maniera facile, veloce e precisa. Questa accessibilità rappresenta un’opportunità irrinunciabile per gli studenti, che possono effettuare ricerche più approfondite e scoprire nuovi dettagli e particolari che altrimenti sarebbero rimasti nascosti. Inoltre, grazie alle piattaforme di e-learning, gli studenti possono accedere a una vasta gamma di risorse educative online e partecipare a corsi di studio storico a distanza. Ciò rappresenta una grande opportunità per coloro che non possono frequentare i tradizionali corsi in aula, ma desiderano comunque approfondire la loro conoscenza della storia.

Le nuove tecnologie per studiare storia

Tecnologie e storia: l’elaborazione dei dati

Le recenti innovazioni tecnologiche hanno rivoluzionato il modo in cui elaborare le informazioni storiche. Grazie all’ausilio di applicazioni avanzate, come ad esempio quelle dotate di riconoscimento vocale, la scrittura può essere effettuata con maggiore rapidità ed efficienza. Inoltre, l’utilizzo di applicativi per la creazione di mappe concettuali e timeline interattive permette di organizzare in maniera più efficiente le conoscenze, facilitando l’apprendimento e la memorizzazione delle informazioni. Ma le opportunità offerte dalle nuove tecnologie non si limitano solamente alla gestione e all’organizzazione delle informazioni. Esistono, infatti, tecniche di machine learning, in grado di analizzare grandi quantità di dati storici e di scoprire nuove relazioni e tendenze al loro interno. Questo approccio consente di effettuare un’analisi più accurata e dettagliata della storia, mettendo in luce nuove interpretazioni e spunti di riflessione, e rappresenta un’opportunità straordinaria per tutti coloro che desiderano approfondire la propria conoscenza della materia.

Tecnologie e storia

Tecnologie e storia: il coinvolgimento e l’interazione

Infine, le innovazioni tecnologiche hanno aperto la strada a nuove modalità di apprendimento interattivo della storia. La tecnologia permette, infatti, la creazione di simulazioni immersive e coinvolgenti, attraverso le quali gli studenti possono essere catapultati all’interno dei periodi storici in modo da comprendere meglio le condizioni di vita e gli eventi di un’epoca passata. In particolare, la realtà virtuale e la realtà aumentata offrono l’opportunità di creare esperienze immersive, permettendo agli studenti di visitare luoghi storici e di assistere a eventi in modo coinvolgente e realistico.
Inoltre, la tecnologia offre anche strumenti di partecipazione e collaborazione tra studenti, come forum di discussione e gruppi di lavoro online, che consentono una maggiore interazione tra gli studenti, una discussione più profonda degli argomenti trattati e uno scambio di opinioni e idee.

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Perché studiare filosofia?

L’essenza della filosofia è l’amore per il sapere. Gli studiosi di questa disciplina cercano di immergersi in profondità nella materia e di sviluppare la capacità di analisi, di critica e un uso specifico del linguaggio. Non si studia filosofia se non per passione. Per decidere se scegliere di studiare filosofia bisogna innanzitutto chiedersi se c’è questo entusiasmo, perché è l’elemento fondamentale. Il percorso di studi in filosofia è impegnativo e non si può studiare filosofia a tempo perso, perché lo studio filosofico richiede molte energie mentali. Si può studiare filosofia come hobby e intraprendere un’altra carriera? Certo, ma in questo modo non si arriverà ad avere la competenza necessaria in ambito filosofico e non si raggiungerà quella profondità a cui la materia permette di arrivare.

Perché studiare filosofia

Le prospettive lavorative

Gli studenti che completano questo percorso di studi sviluppano competenze come l’analisi critica, il pensiero creativo, l’etica del lavoro e la capacità di formulare argomenti complessi in modo chiaro e persuasivo. Inoltre, lo studio della filosofia consente di sviluppare la sensibilità interculturale e la capacità di vedere il mondo da una prospettiva diversa, competenze altamente ricercate dal mondo del lavoro.
La laurea in filosofia non è solo un’esperienza intellettuale gratificante, ma offre anche numerose prospettive lavorative. I laureati in filosofia trovano facilmente impiego in settori come l’editoria (tradizionale e new media), alcune mansioni amministrative, il trattamento di dati e informazioni, il rilevamento e l’intervista. I filosofi, inoltre, possono fare parte di commissioni etiche, bioetiche e antropologiche in vari settori. Con l’acquisizione di master più specifici e di esperienze all’estero, poi, i laureati in filosofia possono anche raggiungere posizioni apicali, specialmente in settori quali la consulenza, il management, la comunicazione e il marketing.

Il mismatch

La laurea in filosofia è un percorso di studi che offre un’ampia gamma di competenze trasversali e conoscenze di vasta portata. Sebbene l’insegnamento, la ricerca e l’editoria di settore siano sbocchi professionali naturali per i laureati in filosofia, la loro formazione può essere altrettanto preziosa in altri ambiti lavorativi. Per essere competitivi in tali ambiti, tuttavia, il laureato in filosofia deve sviluppare ulteriori competenze rispetto a quelle già acquisite.
Tuttavia, la crescente discrepanza tra le competenze acquisite durante il percorso di studi e le richieste del mercato del lavoro è una sfida sempre più comune per i laureati. Pertanto, la scelta di un corso di laurea basata unicamente sulle prospettive lavorative naturali non garantisce necessariamente il successo professionale, poiché la garanzia di un lavoro è spesso illusoria. Al contrario, è necessario scegliere un percorso di studi che soddisfi le proprie inclinazioni e passioni, al fine di sviluppare le competenze trasversali e le conoscenze necessarie per inserirsi con successo nel mercato del lavoro. La scelta di studiare filosofia può portare a carriere altrettanto gratificanti e di successo, ma richiede una maggiore determinazione e un’apertura mentale.
Infatti, il mismatch tra le competenze degli studenti e le richieste del mercato del lavoro è spesso dovuto anche alla mancanza di opportunità di formazione continua e di aggiornamento professionale. In questo senso, lo studio della filosofia può rappresentare un’ottima base di partenza per una formazione continua, che permetta di acquisire nuove competenze e conoscenze in linea con le richieste del mercato del lavoro.

Il mondo che verrà

In un mondo in continua evoluzione, i filosofi possono dare il loro prezioso contributo nell’analisi, critica e costruzione e nella valutazione delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale, grazie alla loro formazione in problem solving, logica ed etica. Gli studiosi della filosofia sono in grado di offrire una prospettiva unica e fondamentale per comprendere il mondo che ci circonda e per contribuire alla sua evoluzione.


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