L’odio verso le statue e le guerre di memoria

Bertrand Tillier, nel suo libro La disgrâce des statues: Essai sur les conflits de mémoire, de la Révolution française à Black Lives Matter, esplora un tema di straordinaria rilevanza: il rapporto tra memoria collettiva e statuaria pubblica. L’autore analizza il fenomeno della statuoclastia, ovvero la distruzione o alterazione di statue e monumenti, contestualizzandolo nella storia dall’epoca della Rivoluzione francese fino ai movimenti contemporanei come Black Lives Matter.

Disgrazia delle statue - Statuoclastia

Tillier individua nella Rivoluzione francese un momento chiave per comprendere il rapporto tra monumenti e conflitti di memoria. Le statue della regalità e dell’ancien régime furono distrutte o alterate, segnando un processo di delegittimazione politica attraverso la cancellazione simbolica. Tuttavia, questa fase iconoclasta portò anche alla nascita della moderna nozione di patrimonio culturale, con una crescente consapevolezza del valore storico e artistico delle opere.

Le statue pubbliche incarnano valori politici e sociali, diventando catalizzatori di conflitti quando questi valori vengono messi in discussione. Tillier esplora il doppio ruolo delle statue: da un lato, simboli di identità collettiva e appartenenza, dall’altro, oggetti di divisione e controversia. La distruzione di statue, come nel caso delle rivolte iconoclaste di epoche passate o nei movimenti attuali, non rappresenta solo un atto di vandalismo ma una contestazione di gerarchie e valori.

La disgrazia delle statue - Bertrand Tillier

Il concetto di statuomania, inteso come proliferazione di statue celebrative, trova il suo contraltare nella statuoclastia. Quest’ultima non si limita alla mera distruzione, ma agisce come strumento per risignificare il passato e aprire nuovi spazi per identità emergenti. I movimenti contemporanei, come Black Lives Matter, hanno evidenziato la persistenza di monumenti legati a figure controverse, ritenute rappresentative di oppressioni storiche. La rimozione di statue di generali confederati negli Stati Uniti, ad esempio, è stata interpretata come un tentativo di epurare lo spazio pubblico da simboli percepiti come offensivi.

Un aspetto innovativo del libro è l’analisi delle strategie per gestire le memorie conflittuali. Tillier discute opzioni come l’aggiunta di nuove statue complementari, la creazione di contro-monumenti o il trasferimento di statue controverse in musei. Queste soluzioni mirano a superare l’approccio distruttivo, favorendo un dialogo critico che tenga conto della complessità storica e sociale.

Tillier sottolinea come lo spazio pubblico sia un’arena simbolica in cui si scontrano identità e valori divergenti. Le statue, con la loro monumentalità e durabilità, cristallizzano i conflitti, diventando oggetti di azione performativa, sia celebrativa che contestativa. Il libro invita a considerare il ruolo delle statue non solo come simboli del passato, ma come strumenti per ridefinire il presente e costruire un futuro più inclusivo.

Falsa autorità: l’inganno dell’incompetenza

Immaginate una cena tra amici. Uno degli ospiti, privo di formazione medica, inizia a dispensare consigli sulla salute basati su informazioni trovate su internet. Parla con convinzione, supportato da dati raccolti velocemente online. Un medico presente tenta di correggerlo, ma viene subito zittito, accusato di fare il professorone e di non comprendere la “vera” realtà appena rivelata dal guru. Purtroppo, questa scena è sempre più comune nella nostra società e riflette perfettamente l’effetto Dunning-Kruger.

Falsa autorità

Nel 1999, David Dunning e Justin Kruger, psicologi della Cornell University, hanno descritto un fenomeno per cui le persone meno competenti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie capacità e a non riconoscere l’abilità altrui. Tale effetto, confermato da numerosi studi successivi, è una chiave di lettura fondamentale per comprendere il successo di tanti “esperti” improvvisati che affollano i social.

L’effetto Dunning-Kruger non è una novità nella storia umana. Già Socrate, nei suoi celebri dialoghi con i cittadini di Atene, sottolineava l’importanza della consapevolezza dei propri limiti. Egli invitava a un esame critico delle conoscenze e a un continuo dialogo con gli esperti per ampliare la comprensione. “So di non sapere” è una delle sue massime più note, una dichiarazione di umiltà intellettuale che oggi sembra soppiantata dal più diffuso “Forse non sai…”.

L’avvento di Internet ha democratizzato l’accesso all’informazione, creando un ambiente in cui chiunque può presentarsi come esperto. Un esempio emblematico è la figura del “fuffaguru“, termine che descrive chi, senza reale competenza, diffonde informazioni infondate o superficiali con grande sicurezza. Tali individui utilizzano spesso tecniche di marketing accattivanti e narrazioni persuasive per costruire una falsa autorità, sfruttando la facilità con cui si può ottenere visibilità online.

Il filosofo tedesco Jürgen Habermas, già nel 1981 nel volume Teoria dell’agire comunicativo, ha teorizzato la necessità di una “sfera pubblica” in cui il dialogo tra cittadini fosse mediato dalla competenza e dalla ragione. Oggi, però, assistiamo a una proliferazione di opinioni prive di fondamento che invadono la sfera pubblica, minando il dialogo razionale e informato. La distinzione tra chi possiede una conoscenza profonda e chi ha solo un’infarinatura superficiale diventa sempre più difficile da mantenere in un mondo in cui la visibilità è spesso confusa con la competenza.

Tale dinamica è ulteriormente alimentata dal fenomeno delle echo-chamber (“camere dell’eco”) nei social media, dove gli utenti sono esposti principalmente a informazioni e opinioni che confermano le loro credenze preesistenti, un fenomeno noto come bias di conferma. In tale contesto, le voci dei veri esperti possono essere facilmente soffocate da un coro di affabulatori che offrono soluzioni semplicistiche e rassicuranti. La conseguenza è una società in cui il discernimento critico è sempre più raro e la superficialità domina il discorso pubblico.

L’era dell’incompetenza: l’analisi di Tom Nichols

Tom Nichols, nel suo libro La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, esplora approfonditamente il declino della fiducia negli esperti, descrivendolo come una crisi culturale di vasta portata. Nichols, professore alla US Naval War College e autore di numerosi saggi sulla politica e la sicurezza internazionale, identifica nell’era digitale una delle principali cause di questo problema.

La conoscenza e i suoi nemici. L'era dell'incompetenza e i rischi per la democrazia - Tom Nichols

L’accesso diffuso a internet ha abbattuto le barriere tradizionali tra informazione affidabile e disinformazione. Tuttavia, la crisi della competenza non è solo una questione di accesso, ma anche di percezione e valutazione critica. Nichols spiega che, pur avendo reso democratico l’accesso alla conoscenza, internet ha anche livellato il campo in modo pericoloso. Le opinioni di esperti con anni di studio e ricerca sono spesso messe sullo stesso piano di quelle di dilettanti che hanno semplicemente letto qualche articolo. Questa falsa equivalenza genera una confusione epistemologica, in cui la verità e la competenza vengono oscurate dalla retorica e dalla popolarità.

L’analisi di Nichols si collega alla teoria della “post-verità”, un concetto filosofico che descrive un’epoca in cui i fatti oggettivi influenzano meno l’opinione pubblica rispetto alle emozioni e alle convinzioni personali. Nel suo saggio ” Stronzate. Un saggio filosofico”, il filosofo Harry Frankfurt discute come la proliferazione di informazioni superficiali e ingannevoli, mirate più alla persuasione che alla verità, contribuisca alla degradazione del discorso pubblico. La “post-verità” implica che le persone siano più inclini a credere a ciò che le emoziona o conferma i loro pregiudizi, piuttosto che a ciò che è sostenuto da prove e competenza.

Stronzate. Un saggio filosofico - Harry G. Frankfurt

Nichols evidenzia anche il ruolo della cultura dell’anti-intellettualismo, che ha radici profonde nella storia americana ma che oggi è visibile a livello globale. Questo atteggiamento si manifesta come un rifiuto della complessità e un sospetto verso le élite accademiche e intellettuali. Tale atteggiamento è ulteriormente rafforzato dalla tendenza dei media a presentare dibattiti su questioni complesse come semplici discussioni tra opinioni personali, piuttosto che basati su fatti e analisi rigorose.

Nel suo Saggio sulla libertà, John Stuart Mill difendeva la libertà di pensiero e di espressione come fondamentali per il progresso della società. Tuttavia, Mill riconosceva anche che la libertà di espressione deve essere accompagnata dalla responsabilità di cercare la verità e di rispettare la competenza. Nichols richiama la visione di Mill, esortando la società a riconoscere e rispettare le competenze degli esperti come passo necessario per preservare la qualità del discorso pubblico e la salute della democrazia.

Secondo Nichols, l’era dell’incompetenza non è inevitabile né irreversibile. Egli propone una serie di soluzioni per invertire questa tendenza, tra cui il rafforzamento dell’educazione critica, la promozione della cultura scientifica e l’incoraggiamento di un atteggiamento più rispettoso verso le competenze specialistiche. Solo attraverso un impegno collettivo per valorizzare la conoscenza e la competenza possiamo sperare di superare questa crisi culturale e costruire una società più informata e resiliente.

Informazione e conoscenza

Per comprendere meglio questo fenomeno, è cruciale distinguere tra informazione e conoscenza. L’informazione può essere vista come un insieme di dati grezzi, facilmente reperibili, che non richiedono un processo critico di elaborazione per essere raccolti. La conoscenza, invece, implica una comprensione approfondita dei dati e la capacità di contestualizzarli all’interno di un quadro teorico più ampio, un processo che richiede tempo, studio ed esperienza. Tale concetto può essere paragonato alla distinzione greca tra episteme (conoscenza fondata) e doxa (opinione). Platone, ad esempio, associa l’opinione all’immaginazione e alla credenza, relegandola alla sfera della percezione, mentre considera la conoscenza autentica legata alla comprensione dei concetti. Nel Teeteto, il filosofo afferma che la conoscenza non è semplicemente una raccolta di informazioni, ma una giustificazione vera e razionale delle credenze. Senza questo processo di giustificazione, le informazioni rimangono frammenti isolati, incapaci di offrire una comprensione profonda e accurata. La stessa etimologia della parola episteme supporta questa interpretazione. Infatti, il prefisso ἐπί (epí) può significare “sopra” o “su”, mentre il verbo ἵστασθαι (hístasthai) significa “stare” o “fermarsi”. La combinazione di questi elementi suggerisce l’idea di “stare sopra”, implicando una posizione di sicurezza e stabilità rispetto alla conoscenza. L’episteme, quindi, rappresenta una conoscenza che si erge sopra l’incertezza, caratterizzata da una base solida e una stabilità duratura.

Immanuel Kant, nella sua Critica della ragion pura, distingue tra opinioni (Meinungen), credenze (Glauben) e conoscenze (Wissen). Secondo Kant, le opinioni sono soggettive e prive di fondamento sufficiente per essere considerate vere o false. Le credenze possono avere un valore pratico, ma non sono universalmente valide. Solo la conoscenza, fondata su prove e argomentazioni solide, può aspirare a una validità universale.

In un mondo inondato di informazioni, il rischio è che queste vengano confuse con la conoscenza. Luciano Floridi ha definito il concetto di “infosfera” per descrivere l’ambiente globale costituito dall’insieme delle informazioni e dai processi di informazione che interagiscono al suo interno. Floridi analizza come l’infosfera influenzi la nostra percezione della realtà, le interazioni sociali e le identità individuali. In un contesto in cui le informazioni possono essere facilmente copiate, alterate e diffuse, diventa cruciale sviluppare nuovi principi etici e giuridici per proteggere i diritti degli individui e delle comunità nell’infosfera.

La quarta rivoluzione. Come l'infosfera sta trasformando il mondo - Luciano Floridi

Le informazioni, sebbene utili, non diventano conoscenza finché non vengono sottoposte a un processo di critica e di sintesi. Questo è il ruolo degli esperti: essi non si limitano a raccogliere dati, ma li interpretano e li integrano in un quadro coerente e significativo.

Libertà di espressione e autorevolezza

Viviamo in un’epoca in cui tutti hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni, un elemento chiave della democrazia. Tuttavia, non tutte le opinioni hanno lo stesso valore, soprattutto quando si tratta di argomenti complessi che richiedono una conoscenza specialistica. La tendenza a considerare tutte le opinioni equivalenti, indipendentemente dalla competenza di chi le esprime, contribuisce a una confusione epistemologica che mina il dibattito pubblico.

Nel contesto odierno, spesso si confonde il diritto di esprimere un’opinione con l’idea che tutte le opinioni debbano essere trattate allo stesso modo. Ad esempio, in un dibattito scientifico, l’opinione di un ricercatore che ha dedicato anni allo studio di un fenomeno dovrebbe avere un peso diverso rispetto a quella di un individuo senza formazione specifica. Tuttavia, sui social questa distinzione si perde facilmente. La facilità con cui si può pubblicare e diffondere informazioni fa sì che le opinioni personali, per quanto infondate, possano ottenere la stessa visibilità di quelle basate su una solida competenza.

La tendenza a equiparare tutte le opinioni porta al fenomeno della “falsa equivalenza”, in cui opinioni prive di fondamento vengono presentate come alternative valide a quelle basate su fatti e ricerche. Questo accade spesso nei media, in cui, nel tentativo di bilanciare un dibattito, si dà spazio a voci minoritarie non supportate dalla comunità scientifica, creando l’illusione di un reale dissenso su questioni che, in realtà, godono di ampio consenso tra gli esperti.

Ciò che conferisce autorevolezza a un esperto è la conformità dei suoi giudizi alla comunità scientifica di riferimento. Una comunità scientifica è un gruppo di ricercatori e studiosi che operano in un determinato campo di studio, condividendo conoscenze, metodi e obiettivi comuni. Si forma attraverso la formazione accademica e professionale, la collaborazione e la pubblicazione di articoli scientifici, e l’organizzazione di conferenze e società scientifiche. Tale comunità si regola mediante codici etici, processi di peer review e la trasparenza nella condivisione dei dati. La loro esistenza garantisce che la ricerca scientifica sia condotta con integrità e che le scoperte siano condivise e validate. Se la comunità degli storici è concorde nel sostenere che le camere a gas naziste siano esistite, e se la comunità dei medici è largamente favorevole alla diffusione dei vaccini contro il morbillo, le opinioni dei singoli storici e dei singoli medici completamente divergenti non hanno lo stesso peso e la stessa pretesa di validità.

Verso una cultura della competenza

Per contrastare il dilagare dell’incompetenza e promuovere una cultura che valorizzi la conoscenza, è indispensabile un impegno collettivo che parta dalle fondamenta dell’educazione e si estenda fino alla sfera pubblica.

La necessità di un’educazione che coltivi il pensiero critico è stata a lungo sottolineata da filosofi come John Dewey, il quale sosteneva che la democrazia stessa dipende dalla capacità dei cittadini di pensare criticamente e di valutare le informazioni con discernimento. Dewey vedeva l’educazione non solo come un processo di acquisizione di conoscenze, ma come un continuo allenamento alla riflessione critica e alla risoluzione dei problemi. Gli studenti devono essere formati a valutare la qualità delle fonti, a riconoscere i bias cognitivi e a comprendere la differenza tra informazioni e conoscenze approfondite. Inoltre, è necessario incentivare una cultura che riconosca e rispetti l’autorevolezza della competenza. Questo non significa creare un’élite intoccabile, ma piuttosto sviluppare un rispetto per chi ha dedicato anni di studio e lavoro a un determinato campo. Recuperare un giusto equilibrio tra autorevolezza e autonomia significa riconoscere il valore della competenza senza però rinunciare al diritto di interrogarsi e di criticare costruttivamente.

L’ambito dei media e della comunicazione ha un ruolo cruciale in questo processo. I giornalisti e i divulgatori scientifici devono assumersi la responsabilità di verificare le informazioni e di presentarle in modo chiaro e accessibile, senza cedere alla tentazione del sensazionalismo. Come ci ha insegnato il filosofo canadese Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio”, sottolineando come il modo in cui le informazioni vengono trasmesse influenzi profondamente la loro percezione e il loro impatto.

Infine, è fondamentale promuovere un dialogo pubblico che valorizzi la diversità delle competenze e delle opinioni, mantenendo però un netto distinguo tra opinioni informate e superficiali. È responsabilità di tutti ridurre l’inquinamento cognitivo, una diretta conseguenza della proliferazione di personaggi inaffidabili e di opinioni prive di fondamento. Ciò implica la necessità di imparare a dare priorità e a diffondere informazioni rilevanti, piuttosto che quelle che semplicemente stimolano le nostre emozioni. È cruciale educarci a evitare la produzione di opinioni infondate e superficiali, e a sviluppare la capacità di valutare criticamente le fonti delle nostre informazioni. L’ignoranza non è una colpa, ma siamo comunque responsabili delle informazioni che scegliamo di diffondere e del valore che attribuiamo loro.

L’insostenibile leggerezza dell’essere

“La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con la paura”. Milan Kundera pubblica per la prima volta il libro “L’insostenibile leggerezza dell’essere” in Francia, nel 1984. “La pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati tra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore”: ciò che ci appare leggero possiede, in fondo, un peso che è insostenibile, come la vita, come l’amore “gli amori sono come gli imperi: quando scompare l’idea su cui sono fondati, periscono anch’essi”. Il libro è ambientato a Praga, tra il periodo della Primavera di Praga e la successiva invasione, ma la storia come nella vita è solo lo sfondo, perché le vicende ruotano tutte intorno ai quattro personaggi protagonisti: Tomas, Tereza, Sabina e Franz. Il romanzo, uno dei più belli per poesia e spunti, ci mostra gli abissi dell’incanto: “La bellezza è un mondo tradito. La possiamo incontrare solo quando i persecutori l’hanno dimenticata per errore da qualche parte”. Un libro che consiglio di leggere quanto prima: “Perché le domande veramente serie sono solo quelle che possono essere formulate da un bambino. Solo le domande più ingenue sono veramente serie. Sono domande per le quali non esiste risposta. Una domanda per la quale non esiste risposta è una barriera oltre la quale non è possibile andare. In altri termini: sono proprio le domande per le quali non esiste risposta che segnano i limiti delle possibilità umane e tracciano i confini dell’esistenza umana”.

L'insostenibile leggerezza dell'essere

Incipit:

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla.

 

Una morte dolcissima

“Inutile pretendere d’integrare la morte alla vita e di comportarsi in modo razionale di fronte a una cosa che non è razionale: ognuno si tragga d’impiccio come può, nella confusione dei propri sentimenti”. Simone de Beauvoir scrive “Una morte dolcissima” come diario degli ultimi giorni della madre, malata di cancro, accudita in ospedale, senza far trapelare che il male sta per portarla via: “Mamma ci credeva accanto a sé. Ma noi già stavamo dall’altra parte della sua storia”. Nel libro, traspare il dolore della madre, la sofferenza della figlia, le riflessioni sulla fragilità della vita, gli inevitabili sensi di colpa. La separazione da colei che ci ha messo al mondo è il taglio definitivo del cordone ombelicale, fisico, mentale, emotivo, la perdita di status di figlio, la scoperta di una profonda solitudine. Cambia tutto: si trasformano le città, cadono le maschere, svanisce la magia, le parole restano nude: “negli ultimi istanti di un moribondo si può racchiudere l’infinito”. Il corpo malato, il corpo di un morente, è terra straniera, di cui non possiamo intendere il linguaggio. Chi resta scopre suo malgrado di esserci ancora, per una sovrabbondanza di vita, che ha ricevuto, che ci è stata donata e che non riesce a salvare chi di questo dono è l’artefice.

Una morte dolcissima

Incipit:

Il 24 ottobre 1963, un giovedì, alle quattro del pomeriggio, mi trovavo a Roma, nella mia camera dell’albergo Minerva; dovevo tornare a casa l’indomani in aereo e stavo riordinando alcune carte quando squillò il telefono. Mi chiamava Bost da Parigi: – Vostra madre ha avuto un incidente, – mi disse.

Trilogia della città di K.

“Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita”. Con “Trilogia della città di K.”, Ágota Kristóf ha voluto scrivere una formidabile favola nera, tre romanzi che intrecciano le vite di due gemelli con un’anima sola, in un paese dell’est, durante la Seconda guerra mondiale. “A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua […] Diminuire, attenuare, l’ho detto, sì, ma non svanire”: il libro è un viaggio in un abisso in grado di attrarre per la sua oscurità, “diceva che il luogo ideale per dormire era la tomba di una persona amata”. Il romanzo, composto da tre libri conclusi nel 1991 e da allora raggruppati, è scritto in maniera asciutta e trasuda di disincanto. Uno dei miei preferiti.

Trilogia della città di K

Incipit:

Arriviamo dalla Grande città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.

Il nome della rosa

“Tale è la forza del vero che, come il bene, è diffusivo di sé”. Che cos’è il male? Ci si pone questa domanda mentre si legge “Il nome della rosa”, scritto da Umberto Eco nel 1980. “Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. Il diavolo è cupo perché sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto”, oppure “l’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro”.

In un’abbazia del 1327 alcuni monaci muoiono in modo misterioso. Il libro è un viaggio in un tempo lontano, nel freddo di novembre, tra le calde mura di un monastero che accoglie, custodisce e nasconde. Ho letto Il nome della rosa quando avevo 15-16 anni. Mi era stato dato da leggere e l’avevo cominciato come un compito. Dopo le prime pagine, però, mi son sentito catapultato in quel l’abbazia, in quell’inverno, tra quei frati e i quei libri. Poche volte mi è capitato di avere dei ricordi così vividi legati a un romanzo. Con Il nome della rosa mi sono reso conto di quanto amassi lo studio di per sé, di quanto fossi attratto dalla conoscenza, dalla letteratura e, anche se ancora non sapevo bene cosa fossero, dalla filosofia e dalla teologia. Nella mia mente si era anche installata l’idea che sarei potuto diventare un monaco. Possibilmente domenicano.

Il nome della rosa

Incipit:

Era una bella mattina di fine novembre. Nella notte aveva nevicato un poco, ma il terreno era coperto di un velo fresco non più alto di tre dita. Al buio, subito dopo laudi, avevamo ascoltato la messa in un villaggio a valle. Poi ci eravamo messi in viaggio verso le montagne, allo spuntar del sole.

Come ci inerpicavamo per il sentiero scosceso che si snodava intorno al monte, vidi l’abbazia.

Citazione:

Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? E fu per questo che rinunciai a quella attività (di inquisitore). Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.

Mrs Dalloway

Il giorno in una vita e tutta la vita in un giorno, questa potrebbe essere la sintesi di Mrs Dalloway di Virginia Woolf, pubblicato nel 1925. Il libro è il racconto di una giornata della vita di Clarissa Dalloway, donna apparentemente superficiale, che organizza un ricevimento per il marito. Eppure in questo giorno ci viene mostrata l’intera esistenza di Clarissa, delle persone a lei care, degli uomini e delle donne che incrociano il suo cammino. “Quando si è felici, aveva detto a Elisabeth, si hanno delle riserve a cui attingere, mentre lei era come una ruota senza gomma (le piacevano quelle metafore) sobbalzava a ogni scossa”: veniamo trasportati pagina dopo pagina nei pensieri di Clarissa, nel dolore di Lucrezia, nella follia di Septimus, e di un amore che poteva essere e che non è mai stato: “siamo tutti in carcere”, dice un personaggio. “Anche l’amore distrugge. Tutto ciò che era bello, tutto ciò che era vero, finiva”.

Letto e odiato al liceo, l’ho riscoperto dopo anni ed è diventato uno dei miei romanzi preferiti.

Mrs Dalloway

Incipit:

La signora Dalloway disse che i fiori sarebbe andata a comprarli lei. Poiché Lucy aveva già il suo bel da fare. Bisognava tirar giù le porte dai cardini: venivano gli operai di Rumpelmayer. Eppoi, pensò Clarissa Dalloway, che mattinata! … limpida, come per farne dono ai bimbi su una spiaggia. Che delizia! Che tuffo! Sempre, infatti, le aveva fatto questo stesso effetto, a quei tempi, allorquando, spalancata la porta finestra, con un lieve cigolio dei cardini, che ancora le pareva di udire, lei si tuffava nell’aria aperta, a Bourton.

Se una notte d’inverno un viaggiatore

“Come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo”: la citazione parla di un romanzo, ma ricorda la nostra vita e verrebbe da chiederci: quando comincia la nostra storia? Il libro “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino è uscito per la prima volta nel 1979 ed è un romanzo sul leggere romanzi, fatto di inizi che non trovano mai una fine. Gli inizi non sono mai, però una nuova partenza, ma sono un procedere per accumulazione: “ogni momento della mia vita porta con sé un’accumulazione di fatti nuovi e ognuno di questi fatti nuovi porta con sé le sue conseguenze, cosicché più cerco di tornare al momento zero da cui sono partito più me ne allontano”. Questo di Calvino è uno di quei libri che o si odia o si ama. Io, ovviamente, sono uno di quelli che ne consiglia la lettura.

Se una notte d'inverno un viaggiatore

Incipit:

Stai per cominciare a leggere Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo, speriamo che ti lascino in pace.

 

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop

“Finché una persona non viene messa alla prova, non si può mai sapere che cos’ha in cuore” e le prove capitano, nella vita. “Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop” è un romanzo di Fannie Flagg del 1987, tenero, commovente e ricco di speranza. E’ un libro a cui ho voluto bene in modo particolare, perché mi ha sempre fatto credere che a un caffè di una stazione, dove fanno dei piatti semplici, si possa imparare ad andare avanti (“Un cuore si può spezzare, ma continua lo stesso a battere”) o, perché no?, anche essere felici.

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop

Incipit:

IL GIORNALE DELLA SIGNORA WEEMS
(BOLLETTINO SETTIMANALE DI WHISTLE STOP, ALABAMA)

12 giugno 1929

Apre un nuovo caffè

Il caffè di Whistle Stop ha aperto la settimana scorsa, proprio di fianco a me alla posta, e le proprietarie, Idgie Threadgoode e Ruth Jamison, affermano che fin dal primo giorno gli affari sono andati a gonfie vele. Idgie dice che la gente non deve aver paura di restare avvelenata, perche non è lei che cucina ma due donne di colore, Sipsey e Onzell, mentre al barbecue c’è Big George, il marito di Onzell.
Se qualcuno non c’è ancora stato, Idgie dice che la colazione viene servita dalle 5.30 alle 7.30 e il menù prevede uova, farina di granturco, biscotti, pancetta affumicata, salsiccia, prosciutto, sugo di carne, il tutto per 25 centesimi.

Diario di un parroco di campagna

“Odiarsi è più facile di quanto si creda. La grazia consiste nel dimenticarsi”, dimenticare se stessi, smettere di detestarsi. “Diario di un parroco di campagna” è stato pubblicato da Goerges Bernanos nel 1945 ed è un libro stupendo sulla grandezza e la miseria umana, sulla fede, che non è moralismo, sulla grazia che è veramente un dono: “Non fosse per la vigilante pietà di Dio, mi sembra che al primo prender coscienza di sé stesso l’uomo ricadrebbe in polvere”. Il parroco di campagna si trova di fronte a persone inaridite dal dolore, dalla povertà, dall’arroganza. Si può ancora credere a un dio quando la gente soffre per la fame? (“Un ventre di un miserabile ha più bisogno d’illusioni che di pane”) Possiamo amare dio, quando un figlio muore? “Signora, se il nostro Dio fosse il dio dei pagani o dei filosofi (è la stessa cosa) potrebbe anche rifugiarsi nel più alto dei cieli, la nostra miseria lo farebbe precipitare. Potrebbe mostrargli i pugni, sputargli in faccia, flagellarlo e da ultimo inchiodarlo su una croce, che importa? Tutto è già stato fatto”. L’amore è il vero protagonista di questo libro: “Nulla può separarci, in questo mondo o nell’altro, da ciò che abbiamo amato più di noi stessi, più della vita, più della salvezza” ed è per questo che “l’inferno è non amare più”. Un testo meraviglioso e formativo, scorrevole e poetico: “tutto è grazia”.

Diario di un parroco di campagna

Incipit:

La mia parrocchia è una parrocchia come tutte le altre. Si rassomigliano tutte. Le parrocchie d’oggi, naturalmente. Lo dicevo ieri al curato di Norenfontes: “Il bene e il male debbono equilibrarsi; sennonché, il centro di gravità è collocato in basso, molto in basso. O, se lo preferite, si sovrappongono l’uno all’altro senza mescolarsi, come due liquidi di diversa densità”. Il curato m’ha riso in faccia. È un buon prete, affabilissimo, molto paterno, che all’arcivescovado passa addirittura per un ingegno forte, un po’ pericoloso.