Il Giappone dalla restaurazione Meiji alla Seconda guerra mondiale

La restaurazione Meiji, iniziata nel 1868, rappresenta uno spartiacque fondamentale nella storia del Giappone, segnando la transizione del paese da un sistema feudale a uno Stato moderno e centralizzato. Questo processo di modernizzazione e occidentalizzazione influenzò profondamente il Giappone, portando alla nascita di un impero industriale e militare che, attraverso guerre e conquiste, avrebbe giocato un ruolo decisivo nelle vicende internazionali fino alla fine della Seconda guerra mondiale.

Restaurazione Meiji

La restaurazione Meiji (1868-1912)

La restaurazione Meiji iniziò con la deposizione dell’ultimo shogun Tokugawa e il ripristino del potere imperiale sotto l’imperatore Mutsuhito, noto come imperatore Meiji. Sebbene l’imperatore fosse formalmente la massima autorità del paese, la gestione effettiva del potere fu nelle mani di un gruppo di riformatori provenienti dalle fila della nobiltà e dei samurai, determinati a modernizzare il Giappone per evitare la colonizzazione da parte delle potenze occidentali.

Uno dei primi atti del nuovo governo fu l’abolizione del sistema feudale. I daimyo, i signori feudali, persero i loro domini, e il Giappone fu diviso in prefetture governate da funzionari nominati dallo Stato centrale. La casta dei samurai, che aveva dominato la scena politica e militare durante il periodo Tokugawa, fu smantellata, e la popolazione fu soggetta alla leva obbligatoria, istituendo un esercito moderno sul modello occidentale.

Sul piano economico, il governo Meiji avviò una rapida industrializzazione. Furono sviluppate infrastrutture come ferrovie, fabbriche, cantieri navali e miniere. Il Giappone adottò tecnologie occidentali, importando esperti stranieri e inviando i propri giovani a studiare in Europa e negli Stati Uniti. Il paese, da un’economia prevalentemente agricola, si trasformò in una potenza industriale in espansione.

Anche il sistema legale e istituzionale fu riformato. Nel 1889 venne promulgata una costituzione ispirata ai modelli occidentali, in particolare quello prussiano. Sebbene la Costituzione Meiji prevedesse un parlamento bicamerale, il potere reale rimaneva nelle mani dell’imperatore e del suo gabinetto di governo, che continuava a essere dominato dall’élite politica e militare. Tuttavia, questo passo segnò la nascita del Giappone come Stato costituzionale.

Espansionismo e guerre (1894-1937)

Parallelamente alla modernizzazione interna, il Giappone avviò una politica estera sempre più aggressiva e imperialista, basata sull’espansione territoriale e sulla conquista di nuove risorse. La guerra sino-giapponese del 1894-1895 segnò il primo grande successo militare del Giappone moderno, con la vittoria sul vasto ma indebolito Impero cinese. Il Trattato di Shimonoseki, che concluse il conflitto, garantì al Giappone il controllo di Taiwan e l’influenza sulla Corea.

Nel 1904-1905, il Giappone affrontò un altro rivale importante: l’Impero russo. La guerra russo-giapponese, che si concluse con la vittoria giapponese nella battaglia di Tsushima, segnò il primo caso nella storia moderna in cui una nazione asiatica sconfisse una potenza europea. Con il Trattato di Portsmouth, il Giappone ottenne il controllo della Manciuria meridionale e la sovranità sulla Corea, che sarebbe stata annessa ufficialmente nel 1910.

Questi successi militari rafforzarono la posizione internazionale del Giappone, che, nel 1914, partecipò alla Prima guerra mondiale a fianco delle potenze alleate, approfittando del conflitto per estendere la propria influenza in Cina e nel Pacifico. Alla fine della guerra, il Giappone ottenne diversi ex possedimenti tedeschi in Asia orientale, rafforzando il proprio ruolo di potenza imperialista.

L’era Taisho e l’ascesa del militarismo (1912-1931)

Il periodo successivo alla Prima guerra mondiale, noto come era Taisho (1912-1926), vide un temporaneo allentamento del controllo politico-militare a favore di una maggiore democratizzazione. Il governo parlamentare acquisì maggiore importanza, e si assistette a una crescente partecipazione politica delle masse urbane e della classe media. Tuttavia, l’era Taisho fu anche un periodo di instabilità economica, aggravata dalla crisi mondiale del 1929, e di tensioni sociali, con crescenti scioperi e movimenti di protesta.

Con la crisi economica e l’incertezza politica, i gruppi militaristi acquisirono sempre più potere, sostenendo una politica espansionista come soluzione ai problemi interni del Giappone. Le risorse naturali limitate dell’arcipelago giapponese, la dipendenza dalle importazioni e il desiderio di consolidare l’egemonia asiatica spinsero i militari a cercare nuove conquiste territoriali.

Nel 1931, l’esercito giapponese invase la Manciuria, una regione ricca di risorse naturali, e vi stabilì uno Stato fantoccio, il Manciukuò, sotto il controllo diretto del Giappone. Questo evento segnò l’inizio di una fase di crescente espansione militare, che avrebbe portato il Giappone a entrare in conflitto con le principali potenze mondiali.

La guerra sino-giapponese e l’Alleanza con le potenze dell’Asse (1937-1941)

Nel 1937, il Giappone diede inizio alla seconda guerra sino-giapponese, invadendo la Cina con l’obiettivo di assoggettarla completamente. La guerra fu caratterizzata da atroci violenze, tra cui il massacro di Nanchino, durante il quale centinaia di migliaia di civili cinesi furono uccisi dall’esercito giapponese. Nonostante la superiorità militare giapponese, la Cina, sostenuta dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti, riuscì a resistere, portando a un prolungamento del conflitto.

Nel frattempo, il Giappone si avvicinava sempre più alle potenze dell’Asse, firmando nel 1940 il Patto Tripartito con la Germania nazista e l’Italia fascista. Questa alleanza rafforzò il militarismo giapponese e portò a un’espansione delle ostilità nel sud-est asiatico, dove il Giappone cercava di prendere il controllo delle colonie europee e delle risorse naturali indispensabili per il suo sforzo bellico.

La Seconda guerra mondiale e la sconfitta (1941-1945)

Il 7 dicembre 1941, il Giappone lanciò un attacco a sorpresa contro la base navale statunitense di Pearl Harbor, nelle Hawaii, segnando l’entrata ufficiale del Giappone nella Seconda guerra mondiale. L’obiettivo dell’attacco era quello di distruggere la flotta del Pacifico degli Stati Uniti e garantire al Giappone il controllo indiscusso delle risorse naturali del sud-est asiatico.

All’inizio della guerra, il Giappone ottenne una serie di vittorie spettacolari, conquistando rapidamente la Malesia, Singapore, le Filippine e le Indie orientali olandesi. Tuttavia, la resistenza alleata si intensificò, e nel 1942 la sconfitta giapponese nella battaglia di Midway segnò una svolta decisiva nel conflitto. Da quel momento, gli Stati Uniti e i loro alleati iniziarono una lenta ma inesorabile controffensiva, riconquistando le isole del Pacifico una dopo l’altra.

Nel 1944, il Giappone si trovava in una situazione sempre più disperata, con le sue risorse naturali esaurite e il territorio metropolitano soggetto a devastanti bombardamenti aerei. La situazione peggiorò ulteriormente nell’estate del 1945, quando gli Stati Uniti sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto). Pochi giorni dopo, l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e invase la Manciuria.

Il 15 agosto 1945, l’imperatore Hirohito annunciò la resa incondizionata del Giappone, ponendo fine alla guerra. Il 2 settembre 1945, a bordo della corazzata USS Missouri nella baia di Tokyo, il Giappone firmò formalmente l’atto di resa, segnando la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio di un lungo periodo di occupazione americana e di ricostruzione.

Il Giappone Tokugawa

Il periodo Tokugawa, noto anche come periodo Edo (1603-1867), rappresenta una fase cruciale della storia del Giappone, caratterizzata da stabilità politica, isolamento dal resto del mondo e trasformazioni sociali. Iniziato con l’ascesa di Tokugawa Ieyasu, che divenne il primo shogun della dinastia, questo periodo segnò la fine di una lunga fase di conflitti interni e l’instaurazione di un rigido sistema feudale sotto il controllo dello shogunato. L’epoca prende il nome dalla città di Edo, l’attuale Tokyo, che divenne la capitale del Giappone in sostituzione dell’antica Kyoto.

Giappone Tokugawa

Influenza cinese e formazione del sistema feudale

Nonostante l’isolamento politico ed economico che avrebbe caratterizzato il periodo Tokugawa, la cultura giapponese non fu immune all’influenza cinese. La Cina aveva già da secoli influenzato il Giappone in vari ambiti, dalla scrittura all’agricoltura. Gli ideogrammi, ad esempio, furono adottati dai giapponesi e adattati nel sistema di scrittura locale, mentre la dottrina confuciana, pur subendo modifiche, divenne uno dei fondamenti etici della società giapponese. Anche le tecniche agricole e certe forme di organizzazione sociale vennero introdotte dalla Cina. Tuttavia, a differenza della Cina, il Giappone sviluppò un sistema feudale molto particolare, che prevedeva una stretta gerarchia tra i guerrieri samurai, i daimyo (signori feudali) e lo shogun, il generale dell’esercito imperiale che di fatto deteneva il potere politico.

Il sistema feudale giapponese fu caratterizzato da una rete complessa di relazioni di fedeltà e vassallaggio. I daimyo, signori feudali con vasti possedimenti, giuravano fedeltà allo shogun in cambio di terre e protezione. In cambio, dovevano fornire truppe e risorse militari per sostenere il potere centrale. Sebbene l’imperatore, chiamato mikado, continuasse ad esistere come figura simbolica, il potere reale era saldamente nelle mani dello shogun.

L’unificazione e l’ascesa di Tokugawa Ieyasu

Prima dell’epoca Tokugawa, il Giappone era frammentato in una miriade di piccoli domini feudali, ciascuno governato da un daimyo. Nel corso del XVI secolo, l’introduzione delle armi da fuoco – in particolare del fucile, importato dagli europei – cambiò radicalmente le dinamiche della guerra feudale giapponese. I daimyo più potenti riuscirono a consolidare il loro potere, mentre i signori minori, incapaci di competere con la potenza delle nuove armi, furono progressivamente eliminati. Questo processo di accentramento portò a un periodo di lotte intestine noto come Sengoku Jidai (Periodo degli stati combattenti), che degenerò in una guerra civile tra i vari signori feudali.

In questo contesto emerse la figura di Tokugawa Ieyasu, un abile condottiero e stratega. Dopo la decisiva battaglia di Sekigahara nel 1600, Ieyasu consolidò il suo potere e, nel 1603, venne nominato shogun, ponendo fine al lungo periodo di instabilità. La dinastia da lui fondata, la dinastia Tokugawa, avrebbe governato il Giappone per oltre due secoli, fino al 1867, anno della Restaurazione Meiji.

Il sistema del bakufu e la capitale Edo

Sotto i Tokugawa, il sistema di governo prese la forma del bakufu, una sorta di dittatura militare che, pur lasciando formalmente intatta l’autorità imperiale, la svuotava di ogni potere reale. L’imperatore rimaneva confinato a Kyoto, senza alcuna influenza sulla politica, mentre Edo, la nuova capitale, divenne il fulcro del potere politico e militare. I daimyo vennero costretti a risiedere a Edo per lunghi periodi, insieme alle loro famiglie, in un sistema noto come sankin-kōtai. Questo sistema obbligava i signori feudali a passare parte dell’anno nella capitale, lontani dalle loro terre, riducendo il rischio di ribellioni e assicurando il controllo diretto del bakufu sulle varie province.

Inoltre, durante il periodo Tokugawa, il Giappone conobbe un lungo periodo di pace e prosperità. La stabilità politica e la fine dei conflitti interni permisero la crescita dell’economia e lo sviluppo urbano. Edo divenne una delle città più popolose del mondo, con una vivace attività commerciale e culturale.

Isolazionismo e politica estera

Uno degli aspetti più distintivi dell’epoca Tokugawa fu la politica di isolamento, conosciuta come sakoku. Nel corso del XVII secolo, gli shogun decisero di chiudere i confini del Giappone ai contatti con l’esterno. Gli stranieri, inclusi i missionari cristiani e i mercanti europei, vennero espulsi, mentre il cristianesimo venne severamente perseguitato. Solo i mercanti olandesi, attraverso l’isola di Dejima, nel porto di Nagasaki, poterono continuare a mantenere limitati contatti commerciali con il Giappone. Questa politica di isolamento, motivata dal timore di un’invasione culturale e religiosa da parte delle potenze europee, durò fino alla metà del XIX secolo.

Durante questo periodo, il Giappone si chiuse non solo agli stranieri, ma anche alle innovazioni tecnologiche e culturali provenienti dall’Occidente. Questo isolamento, se da un lato garantì la pace e la stabilità interna, dall’altro impedì al Giappone di partecipare alla rivoluzione industriale e allo sviluppo tecnologico che stavano trasformando l’Europa e il mondo.

La trasformazione della società: il ruolo dei samurai

Uno degli effetti dell’epoca Tokugawa fu il progressivo ridimensionamento del ruolo della casta guerriera dei samurai. Con la fine delle guerre e la stabilità politica, i samurai persero progressivamente il loro ruolo militare e vennero trasformati in una sorta di burocrazia nobiliare. Molti di essi furono costretti a trasferirsi nelle città e divennero cortigiani o funzionari amministrativi al servizio dei daimyo o dello shogun. Questo processo portò ad una progressiva separazione tra i samurai e le campagne, le cui terre venivano gestite direttamente dai contadini.

I samurai continuarono a mantenere un prestigio sociale elevato, ma la loro funzione militare venne erosa e sostituita da una funzione amministrativa. In molti casi, la classe samuraica si impoverì, poiché le rendite delle terre non erano più sufficienti a mantenere il loro status.

La fine dello shogunato e la Restaurazione Meiji

Il periodo Tokugawa si concluse con un evento epocale: la Restaurazione Meiji del 1867. L’isolamento del Giappone si rivelò insostenibile nel contesto di un mondo sempre più globalizzato e dominato dalle potenze occidentali. Nel 1853, la flotta americana del commodoro Matthew Perry forzò l’apertura dei porti giapponesi con la minaccia delle armi. Incapace di resistere alla pressione esterna, il bakufu dovette aprire il paese al commercio internazionale. Questo evento segnò l’inizio di una crisi politica che portò alla caduta della dinastia Tokugawa e alla restaurazione del potere imperiale sotto l’imperatore Meiji.

Tsugumi

“Giornate di una felicità intensa non capitano spesso nella vita. Ed inseguendo quel vivido miraggio che le persone riescono a tirare avanti e a invecchiare”, di questo romanzo è così ne parla l’autrice Banana Yoshimoto. Tsugumi, scritto nel 1989, è un romanzo breve, o racconto lungo, di una ragazza, di un villaggio, di un’amicizia e degli addii che sempre si accompagnano ai luoghi felici. Come altri romanzi di Yoshimoto, nelle parole delicate e nelle immagini soffuse si percepisce la crudezza della realtà: “Gli esseri umani, ovunque si trovino, quando vedono in lontananza, avvolto nella foschia, il porto verso cui sono diretti, capiscono cosa significhi essere uno straniero solo”.

Tsugumi - Banana Yoshimoto

Incipit:

Senza dubbio Tsugumi era una ragazza impossibile.
Ho lasciato il mio tranquillo paesino, in cui si vive di pesca e di turismo, e sono venuta a Tokyo per frequentare l’università. Anche le giornate che trascorro qui sono molto divertenti.
Mi chiamo Shirakawa Maria. Maria, proprio come la Madonna. Però non mi sento affatto una santa. Ma nonostante questo, chissà perché, quando i miei nuovi amici parlano di me, non ce n’è uno che non dica che sono “generosa, o “serena”.