Aprendo i giornali, navigando in rete, il mondo continua ad assistere agli orrori della guerra, tra Russia e Ucraina, tra Israele e Palestina, con la presenza costante di attacchi aerei che sempre più frequentemente devastano le infrastrutture civili e causano numerose vittime tra la popolazione. Le immagini di edifici distrutti e vite spezzate, trasmesse in diretta dai media internazionali, ci riportano alla mente la brutalità della guerra moderna e sollevano domande sulla legittimità dell’uso della forza aerea nei conflitti contemporanei. Dietro queste tragiche vicende si cela una lunga storia di teorie militari che, sin dai primi decenni del XX secolo, hanno esplorato il potenziale distruttivo dell’aviazione. Tra i pionieri di questo approccio strategico vi fu l’ufficiale italiano Giulio Douhet, la cui visione della guerra aerea ha segnato un punto di svolta nella storia militare.

Le teorie di Giulio Douhet
Giulio Douhet nacque a Caserta nel 1869 e si formò come ufficiale d’artiglieria nell’esercito italiano. La sua carriera militare si intrecciò con un periodo di grandi trasformazioni tecnologiche e tattiche, che culminarono nella Prima guerra mondiale. Fu proprio durante questo conflitto che Douhet riconobbe l’enorme potenziale dell’aviazione militare, un’intuizione che lo portò a sviluppare una serie di teorie innovative e radicali. Le sue idee, articolate nell’opera Il dominio dell’aria (1921), sfidarono le convenzioni belliche del tempo, proponendo l’aviazione come l’elemento chiave per ottenere la supremazia militare.

Il fulcro delle teorie di Douhet, infatti, era la convinzione che la supremazia aerea fosse essenziale per vincere un conflitto. Egli, tuttavia, sosteneva che l’aviazione, se usata strategicamente, potesse infliggere danni devastanti non solo alle forze armate nemiche, ma anche alle infrastrutture civili, minando così la volontà di resistenza del nemico. In uno dei suoi passaggi più controversi, Douhet si chiedeva: «converrebbe distruggere 50 stabilimenti d’aviazione francese, oppure gettare 50 superfici distruggibili su Parigi e dintorni, per togliere alla Francia non la sua aviazione, ma il suo cervello?». Tale frase riassumeva la sua idea di colpire il cuore pulsante di una nazione per spezzarne la capacità di combattere. Douhet, pertanto, è stato tra i primi a teorizzare l’impiego massiccio degli aerei per colpire obiettivi civili, una prospettiva che, sebbene controversa, continua a influenzare le tattiche militari odierne.
A tal proposito, Douhet elaborò una strategia dettagliata per i bombardamenti, che includeva l’uso di tre tipi di bombe: esplosive per provocare distruzione iniziale, incendiarie per alimentare incendi diffusi, e velenose per impedire gli sforzi di soccorso. Egli descriveva gli effetti di un attacco su larga scala con toni crudi e diretti: «Immaginiamoci una grande città che, in pochi minuti, veda la sua parte centrale […] colpita da una massa di proiettili del peso complessivo di una ventina di tonnellate: qualche esplosione, qualche principio d’incendio, gas venefici che uccidono ed impediscono di avvicinarsi alla zona colpita: poi gli incendi che si sviluppano, il veleno che permane; passano le ore, passa la notte, sempre più divampano gli incendi, mentre il veleno filtra ed allarga la sua azione. La vita della città è sospesa; se attraverso ad essa passa qualche grossa arteria stradale, il passaggio è sospeso». L’obiettivo era creare una paralisi totale, fisica e psicologica, nel cuore del nemico. Sebbene queste tattiche fossero concepite da Douhet come un mezzo per abbreviare i conflitti, sollevavano gravi questioni etiche riguardo alla protezione dei civili e alle norme del diritto internazionale umanitario.
L’Italia fascista e l’aviazione
L’influenza delle teorie di Douhet si estese anche all’Italia fascista. Infatti, il governo fascista era ben consapevole delle teorie espresse nel Il dominio dell’aria, tanto che Italo Balbo, un prominente gerarca fascista e uno dei principali sostenitori dell’aviazione italiana, scrisse una prefazione a una delle edizioni del libro. Balbo, noto per le sue imprese come pilota e per il suo ruolo come Ministro dell’Aeronautica, giocò un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’aviazione italiana, contribuendo a diffondere le idee di Douhet all’interno delle forze armate. L’idea di Douhet di colpire infrastrutture civili e centri abitati per piegare la volontà del nemico risuonò con le tattiche aggressive e spesso brutali adottate dal regime fascista, tuttavia le modalità specifiche, come l’uso di armi chimiche in Etiopia, furono il risultato delle scelte politiche e ideologiche proprie del regime fascista.
La guerra aerea oggi
Dalla Seconda Guerra Mondiale, l’aviazione ha consolidato il suo ruolo cruciale nei conflitti, grazie alla sua capacità di infliggere danni devastanti, come dimostrato dai bombardamenti su Berlino e Londra e dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Gli ultimi decenni hanno visto un potenziamento straordinario dei mezzi aerei, con caccia jet supersonici, bombardieri stealth come il B-2 Spirit e missili da crociera a guida satellitare, che offrono una precisione senza precedenti.
Le bombe intelligenti, come le JDAM (Joint Direct Attack Munition), sono dotate di sistemi di guida GPS e laser, consentendo attacchi mirati che mirano a ridurre i danni collaterali. Tuttavia, queste armi continuano a causare vittime civili, alimentando il dibattito sulle loro implicazioni etiche.
Oggi, l’uso dei droni militari, come i MQ-9 Reaper, ha trasformato ulteriormente il campo di battaglia. Questi velivoli senza pilota possono condurre attacchi di precisione a lunga distanza e sono controllati da remoto, riducendo i rischi per il personale militare. Tuttavia, l’uso dei droni, impiegati massicciamente sotto l’amministrazione Trump, solleva nuove questioni etiche e legali, poiché le operazioni condotte con meno supervisione possono portare a errori fatali e violazioni dei diritti umani.
Quando la morte viene dal cielo
Nella storia dell’umanità, è dalla terra che gli uomini immaginano l’accesso agli inferi, e dalla terra possono emergere forze distruttrici: la terra può frantumarsi sotto i piedi, far sgorgare lava e fumo, ricordando la fragilità della vita. Il cielo, invece, è sempre stato simbolo di benevolenza e protezione, da cui scende la pioggia benefica che nutre i campi e sostiene la vita, come la manna nel deserto che donò sostentamento al popolo di Israele. Tuttavia, quando dal cielo giunge la morte, è perché gli esseri umani hanno infranto un patto col divino. È un’inversione dell’ordine naturale delle cose, come narrato nei miti antichi del Diluvio Universale o della distruzione di Sodoma e Gomorra, in cui le città peccatrici furono spazzate via da piogge di fuoco e tempeste d’acqua inviate dall’alto come punizione per la loro corruzione.

Nel contesto odierno, la guerra aerea rappresenta una simile rottura di quel patto. La tecnologia, che un tempo era vista come un dono del cielo per migliorare la vita e per proteggerci dalle avversità, come ne è stato emblema Prometeo, è diventata strumento di morte e distruzione, riversando sugli uomini una violenza che si credeva riservata solo agli dei. Quando missili e bombe cadono dal cielo, quando i droni sorvolano silenziosi le città, portando distruzione e terrore, comprendiamo che l’orrore, che per alcuni è indescrivibile, per essere realizzato ha bisogno che qualcuno lo abbia immaginato e immaginare mondi possibili vuol dire, a volte, immaginare anche inferni.
