In una gelida serata d’inverno del 1811, nella contea di Nottinghamshire, un gruppo di uomini mascherati, armati di mazze e ferri da fabbro, si introduceva furtivamente in una manifattura tessile. Con gesti rapidi ma decisi, iniziavano a colpire i telai meccanici, riducendoli a rottami inutilizzabili. Quegli uomini non erano semplicemente dei vandali: erano artigiani, tessitori e operai, stretti dalla disperazione, che vedevano nella macchina non un progresso, ma la loro condanna alla miseria. Si facevano chiamare “luddisti”, dal leggendario Ned Ludd, figura simbolica e forse immaginaria, che incanalava la protesta contro un’industrializzazione percepita come disumana. Poco più di mezzo secolo dopo, in tutt’altro contesto, Karl Marx osservava a Berlino, Londra e Parigi come le medesime trasformazioni tecnologiche, anziché essere semplicemente il problema, fossero in realtà strumenti nelle mani del capitale per accentuare lo sfruttamento e la spoliazione della classe lavoratrice.

Il luddismo, sorto tra il 1811 e il 1816, non fu propriamente un movimento omogeneo o teoricamente strutturato. Esso si caratterizzò come una reazione immediata, istintiva e violenta contro l’introduzione delle macchine industriali, viste come responsabili dirette della perdita di lavoro, della dequalificazione delle competenze artigiane e del crollo dei salari. Gli appartenenti al movimento luddista non contestavano il sistema capitalistico in sé, né teorizzavano un nuovo modello sociale; il loro obiettivo immediato era la distruzione fisica degli strumenti che, a loro giudizio, li avevano ridotti alla marginalità economica. La protesta luddista, pertanto, si configura come una forma di resistenza conservatrice, volta al mantenimento di un ordine preindustriale, piuttosto che all’elaborazione di un’alternativa radicale.
Di contro, il marxismo, elaborato da Karl Marx e Friedrich Engels a partire dagli anni Quaranta dell’Ottocento, offre una lettura ben più complessa e dialettica della trasformazione industriale. Nel Manifesto del Partito Comunista (1848) e in opere successive come Il Capitale, Marx riconosceva nella tecnologia un fattore intrinsecamente neutro, o addirittura potenzialmente emancipativo. Il vero nodo problematico non risiedeva nelle macchine, bensì nei rapporti sociali entro cui esse erano inserite: il modo di produzione capitalistico appropriava l’innovazione tecnologica per aumentare la produttività del lavoro, ridurre il costo della forza-lavoro e concentrare la ricchezza in poche mani, acuendo le contraddizioni di classe. Secondo Marx, l’industrializzazione, pur generando sofferenze e alienazione nel breve periodo, avrebbe creato anche le condizioni materiali per il superamento del capitalismo stesso, attraverso la nascita di una società comunista in cui i mezzi di produzione sarebbero stati collettivamente posseduti.
Il confronto tra luddismo e marxismo, pertanto, si articola attorno a due modalità differenti di intendere il rapporto tra tecnica e società: da un lato, il luddismo, con il suo rifiuto della macchina quale oggetto malevolo; dall’altro, il marxismo, che individua nel sistema capitalistico l’origine delle ingiustizie e propone un uso diverso e collettivo delle innovazioni. Non si tratta semplicemente di atteggiamenti opposti verso la tecnologia, ma di due modi diversi di interpretare le trasformazioni storiche: reattivo e conservatore nel primo caso, critico e dialettico nel secondo.
Questa distinzione si rivela particolarmente feconda se applicata alla contemporaneità. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale, l’automazione, i big data e la robotica stanno ridefinendo profondamente i rapporti di produzione, emergono nuove forme di neo-luddismo. Esse si manifestano in atteggiamenti di rifiuto indiscriminato delle tecnologie, viste come fonti autonome di disoccupazione, alienazione e disgregazione sociale. Tali posizioni, spesso alimentate da paure legittime ma mal indirizzate, ripropongono lo schema interpretativo luddista, dimenticando che il problema non risiede nelle tecnologie stesse, bensì nelle modalità in cui esse sono integrate all’interno delle logiche neoliberiste e ipercapitalistiche contemporanee. Non è, infatti, l’intelligenza artificiale in quanto tale a determinare la precarizzazione dei lavoratori o l’accentuazione delle disuguaglianze; è l’uso capitalistico di tali strumenti, finalizzato alla massimizzazione del profitto a scapito dei diritti sociali e della dignità umana, a produrre simili effetti.
Seguendo un’analisi di ispirazione marxiana, sarebbe dunque necessario spostare il fuoco del discorso: non una condanna aprioristica della tecnologia, ma una critica radicale delle condizioni sociali ed economiche entro cui essa viene implementata. Solo in un contesto in cui i frutti dell’innovazione siano orientati al bene comune e non al profitto privato, le potenzialità liberatrici delle tecnologie potrebbero essere effettivamente dispiegate. In questo senso, il dibattito contemporaneo sulle trasformazioni digitali e sull’automazione trova nelle categorie marxiste strumenti ancora estremamente attuali e utili per comprendere e orientare criticamente il nostro presente.