Il dibattito morale sulla conquista e il trattamento delle popolazioni indigene

Il dibattito morale sulla conquista e il trattamento delle popolazioni indigene rappresentò uno dei capitoli più intensi della storia intellettuale spagnola del XVI secolo. Il confronto tra Bartolomé de Las Casas e Juan Ginés de Sepúlveda, culminato nella disputa di Valladolid del 1550, non fu solo una discussione su questioni giuridiche e morali, ma anche un momento in cui la Spagna si interrogò sul significato della propria espansione coloniale e sui diritti delle popolazioni indigene. Tuttavia, oltre ai due protagonisti principali, molti altri autori, giuristi e teologi contribuirono a questo dibattito, che si inserisce in un contesto più ampio di riflessione sull’imperialismo, sui diritti umani e sull’etica della conquista.

Dibattito sulla conquista

Bartolomé de Las Casas: la difesa degli indios

Bartolomé de Las Casas, frate domenicano e noto difensore dei diritti degli indigeni, fu una delle voci più importanti nel dibattito sulla moralità della conquista spagnola. Las Casas, dopo aver assistito in prima persona alle atrocità commesse contro le popolazioni indigene nelle Americhe, divenne un critico fervente del sistema di sfruttamento imposto dagli spagnoli, in particolare dell’encomienda. Inizialmente partecipe del sistema coloniale, Las Casas subì una profonda conversione morale che lo portò a dedicare la sua vita alla difesa degli indigeni.

Nel suo trattato “Brevísima relación de la destrucción de las Indias“ (1552), Las Casas denunciò con veemenza le atrocità e i crimini commessi dai conquistadores, descrivendo con dovizia di particolari gli abusi, i massacri e la schiavitù imposti agli indigeni. Egli sosteneva che gli indios fossero esseri umani con diritti inalienabili e che la loro conversione al cristianesimo dovesse avvenire attraverso metodi pacifici e non con la violenza. Per Las Casas, il dovere degli spagnoli era quello di proteggere e civilizzare i nativi, non di sfruttarli.

Il suo pensiero era in linea con una visione paternalistica, tipica di molti umanisti del tempo, secondo la quale gli indigeni erano “fanciulli nella fede” che dovevano essere guidati verso la civiltà e la cristianità, ma non oppressi o sterminati. Questa posizione era basata anche sulle idee giuridiche del Diritto Naturale, che riconosceva a tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro cultura o religione, alcuni diritti fondamentali.

Juan Ginés de Sepúlveda: la difesa della conquista

Il principale antagonista di Las Casas nel dibattito fu Juan Ginés de Sepúlveda, un umanista, teologo e filosofo spagnolo che rappresentava una visione diametralmente opposta sulla legittimità della conquista. Nel suo trattato “Democrates Secundus“, Sepúlveda giustificava il dominio spagnolo sugli indigeni sulla base della teoria aristotelica della schiavitù naturale. Sepúlveda considerava gli indigeni americani inferiori agli europei per capacità intellettuale, morale e culturale, e dunque riteneva giustificata la loro sottomissione in quanto popolo incapace di governarsi autonomamente.

Secondo Sepúlveda, gli spagnoli avevano non solo il diritto, ma anche il dovere di soggiogare gli indigeni per condurli alla vera religione e al progresso civile. Egli interpretava la conquista come un’azione di civilizzazione necessaria per liberare gli indigeni dalla loro presunta barbarie. In questo senso, Sepúlveda riteneva che la guerra contro gli indigeni fosse una “guerra giusta”, poiché portava loro la luce della fede cristiana e li sollevava da un’esistenza che considerava arretrata e disumana.

Francisco de Vitoria: il Diritto delle genti e la sovranità indigena

Un’altra figura chiave nel dibattito sulla conquista fu il teologo domenicano Francisco de Vitoria, considerato uno dei fondatori del moderno diritto internazionale. Vitoria, pur criticando alcune delle pratiche coloniali spagnole, sviluppò una teoria complessa sui diritti dei popoli indigeni che cercava di mediare tra la difesa della sovranità degli indios e il diritto della Spagna a evangelizzare le nuove terre.

Nel suo “De Indis et de iure belli“ (1539), Vitoria affermava che gli indigeni fossero veri e propri proprietari delle loro terre e che fossero legittimi sovrani dei loro territori. In questo senso, la conquista spagnola non poteva essere giustificata semplicemente sulla base di una presunta superiorità europea. Tuttavia, Vitoria sosteneva che la Spagna avesse il diritto di commerciare e di predicare il Vangelo nelle terre degli indios, a condizione che ciò avvenisse pacificamente e senza violenza. Inoltre, la guerra contro gli indigeni poteva essere considerata giusta solo se questi avessero impedito l’evangelizzazione o il commercio, o avessero commesso ingiustizie contro gli spagnoli.

L’approccio di Vitoria fu rivoluzionario per l’epoca, poiché difendeva l’idea di una comune umanità tra europei e indigeni e gettava le basi per il riconoscimento del diritto delle genti (ius gentium), un concetto che prefigura il moderno diritto internazionale.

Alonso de la Vera Cruz: l’equilibrio tra dominio e evangelizzazione

Un altro importante teologo domenicano, Alonso de la Vera Cruz, portò avanti il dibattito sulla moralità della conquista. Vera Cruz, pur difendendo la legittimità della presenza spagnola nelle Americhe, cercò di bilanciare la necessità di evangelizzare le popolazioni indigene con il riconoscimento dei loro diritti umani. Egli sottolineava l’importanza dell’evangelizzazione come strumento di civilizzazione, ma era critico nei confronti dello sfruttamento economico e della schiavitù. Secondo Vera Cruz, gli spagnoli dovevano rispettare le culture locali e i loro diritti, riconoscendo che la conversione al cristianesimo non poteva avvenire attraverso la forza.

Il dibattito nella cultura europea

Oltre alla Spagna, anche in altri paesi europei si sviluppò un dibattito critico sulla conquista delle Americhe. In Francia, autori come Michel de Montaigne criticarono aspramente la brutalità della conquista e la pretesa di superiorità culturale degli europei. Nei suoi “Essais“, Montaigne si interrogava su cosa fosse davvero la “barbarie” e, paradossalmente, vedeva nelle popolazioni indigene una forma di purezza e autenticità che mancava alla società europea, corrotta dalla violenza e dall’avidità.

In Inghilterra, la cosiddetta leggenda nera si diffuse attraverso le opere di autori come Richard Hakluyt e Walter Raleigh, che descrivevano le atrocità commesse dagli spagnoli come una manifestazione della loro brutalità e avidità. Sebbene la leggenda nera fosse in parte strumentalizzata dai nemici della Spagna, rifletteva un dibattito più ampio sulle conseguenze morali ed etiche della colonizzazione.

Arthur Schopenhauer

Superando l’ottimismo che esprime l’idealismo, Arthur Schopenhauer guarda il mondo in modo disincantato, evidenziandone il dolore e i conflitti.

Il filosofo cerca di individuare delle vie per fuggire al dolore, il quale è rappresentato dalla volontà, intesa come desiderio di esistere che permea ogni cosa.

Schopenhauer - Immagine - Tomas Cipriani

Esperimenti mentali per imparare a riflettere

Gli esperimenti mentali sono uno strumento utile ed efficace per approfondire situazioni complesse, chiarire concetti inserendoli in contesti più comprensibili, osservare i problemi da vari punti di vista e indagare i limiti e le possibilità di determinate concezioni. Pertanto, sono degli strumenti che non possono mancare nella cassetta degli attrezzi filosofici.

Esperimenti mentali

Qui di seguito, e nelle prossime pagine, verranno presentati alcuni celebri esperimenti mentali, che possono essere utili anche per accendere delle discussioni.

Per chi fosse interessato ad approfondimenti o a conoscere le possibili risposte e dubbi relativi ad alcuni di questi argomenti:

Senza coscienza e senza amore

Stout M., 2005, The sociopath next door, New York, Brodway Books.

The sociopath next door

Sono individui apparentemente come tutti gli altri: uomini e donne di successo, mariti, mogli, genitori. Eppure non provano alcuna remora per le proprie azioni, non sentono alcun imperativo morale e non sono in grado di amare: sono senza coscienza, sono sociopatici.
L’individuo sociopatico riconosce la propria diversità ma non vive come dramma questo stato anaffettivo. Allo stesso tempo, però, sperimenta una profonda noia che cerca di esorcizzare mediante frequenti stimolazioni, anche con l’uso di sostanze, e attraverso l’esercizio della dominanza sociale, con comportamenti predatori che mettono in atto soprattutto verso i soggetti più brillanti. I sociopatici tendono a manipolare e controllare, fingendo sentimenti e giocando con quelli degli altri e vivono il rapporto con gli altri considerando soprattutto i vantaggi che tali rapporti permettono. Nonostante tale forza, tali individui tendono a voler essere compatiti e mostrarsi come vittime.
Generalmente tali persone vivono nomalmente in società: la Stout afferma che ben il 4% della popolazione degli Stati Uniti sarebbe sociopatico, ma solo il 20% dei detenuti in carcere lo è. Eppure l’assenza di senso morale e di rimorso, la tendenza a manipolare e l’istinto alla dominazione sociale rendono i sociopatici dei soggetti pericolosi, sia per gli individui che per la tenuta della società stessa. A questa duplice questione, a livello individuale e a livello comunitario, la Stout dà una duplice risposta.

Sociopatia

La risposta individuale

Dal punto di vista psicologico, Martha Stout propone delle regole per gestire i rapporti con un sociopatico:

  • per prima cosa «accettare che alcuni individui letteralmente non hanno coscienza»;
  • in un conflitto tra ciò che sulle persone ci dice l’istinto e ciò che ci dice il ruolo che ricoprono è meglio «seguire gli istinti»;
  • in ogni nuovo rapporto «praticare la regola dei tre»: tre bugie, o tre promesse infrante o tre responsabilità negate sono una dimostrazione dell’assenza di coscienza;
  • le persone con la coscienza tendono, in netta maggioranza, a seguire ciecamente l’autorità. Importante, quindi, è che le restanti persone con la coscienza mettano in discussione ogni autorità;
  • «sospettare dell’adulazione»;
  • «se necessario, ridefinite il vostro concetto di rispetto». Questo non va confuso con la paura e chi sfrutta questo sentimento non sta esercitando una forma di rispetto;
  • non giocare mai al gioco dei sociopatici e non competere con loro:
  • «il modo migliore per proteggere te stesso da un sociopatico è evitarlo» e «rifiutare ogni forma di contatto o comunicazione»;
  • «mettete in discussione la vostra tendenza a compatire troppo facilmente»;
  • «non provare a redimere l’irridemibile»;
  • non aiutare «un sociopatico a nascondere il suo vero carattere»;
  • difendete la vostra psiche;
  • vivere bene è la migliore vendetta. (M. Stout, 2000, pp. 156-161).

La risposta culturale

Il sociopatico della porta accantoLa sociopatia è legata per il 50% al patrimonio genetico e per il restante 50% a fattori educativi, sociali e culturali, dove quelli culturali sono quelli più rilevanti. Dal punto di vista sociale, Martha Stout sottolinea come una cultura individualistica, come quella occidentale, possa premiare socialmente i sociopatici, permettendo una loro pericolosa scalata sociale. Infatti individui sociopatici sono sicuramente presenti anche nelle culture orientali, ma lì la dimensione sociale e l’importanza del gruppo costituiscono una forte spinta alla collaborazione.
Volendo trovare una prospettiva positiva in questo testo, possiamo sicuramente considerare l’importanza di orientare la costra educazione verso una maggiore responsabilità sociale e cura degli altri. Quella de Frans De Waal chiama una nuova età: l’età dell’empatia (F. De Waal, 2009).