Il concassage (tecnica dello scuotimento)

Il concassage è una metodologia didattica e creativa ideata dal francese Michel Fustier per stimolare il pensiero divergente e la creatività. Il termine concassage, che in francese significa letteralmente “scuotimento”, è stato infatti tradotto anche come “tecnica della frantumazione”. Questa strategia consiste nel “scuotere” un problema o un argomento attraverso una serie di domande inconsuete e provocatorie, in modo da esaminarlo sotto prospettive diverse e insolite. L’obiettivo è quello di frantumare le idee preconcette e generare nuove intuizioni, aprendo la strada a soluzioni originali. In ambito educativo, il concassage si configura come uno strumento di problem solving creativo affine al pensiero laterale, utile per rendere le lezioni più partecipative e coinvolgenti.

Concassage

Origine e principi di base del metodo

Il concassage fu sviluppato nel contesto degli studi sulla creatività del XX secolo da Michel Fustier (1923-2018), autore e formatore francese noto per il suo contributo nell’ambito del potenziamento creativo. Fustier concepì questa tecnica come un modo per analizzare un problema “scuotendolo” con una lista di domande, così da esplorarne ogni sfaccettatura da angolazioni inedite. Essa si basa sul principio che uscire dai binari del pensiero convergente – quello orientato a un’unica risposta – aiuta a sviluppare un vero pensiero divergente, capace di generare molteplici idee e alternative di fronte a una questione.

Nel 2009 lo studioso Gianandrea ha così descritto questa metodologia: “Il termine concassage è traducibile con ‘scuotimento’, infatti il problema viene analizzato scuotendolo con una lista di domande sui vari elementi che lo compongono in modo da analizzarlo sotto prospettive divergenti e insolite”. In altre parole, il problema viene scomposto e “attaccato” da più fronti grazie a domande che ne mettono in luce aspetti nascosti, favorendo la produzione di idee originali. Il pensiero divergente è il fulcro di questo processo: esso rappresenta la capacità di trovare molteplici soluzioni alternative a una data situazione, superando la logica di una singola risposta corretta. Proprio per questo, il concassage mira a allenare la creatività degli studenti, aiutandoli a uscire dai percorsi mentali abituali e a considerare punti di vista inaspettati.

Come funziona la tecnica del concassage

Operativamente, la tecnica del concassage prevede alcune fasi ben definite per guidare gli studenti nell’esplorazione creativa di un argomento o problema. Di seguito una possibile struttura di applicazione in classe:

  • Presentazione del problema o argomento: l’insegnante introduce la questione da risolvere (o il tema da approfondire) e spiega ai discenti il principio fondamentale del concassage, preparando il terreno all’attività.
  • “Scuotimento” mediante domande divergenti: si passa quindi a frantumare l’argomento con una serie di domande stimolanti e fuori dagli schemi. Queste domande esplorano tutti i vari elementi che definiscono il problema, incoraggiando gli studenti a considerarli da prospettive alternative e insolite. In questa fase non esistono domande o idee sbagliate: si tratta di un brainstorming divergente che rompe gli schemi tradizionali.
  • Raccolta e condivisione delle idee: tutte le risposte, ipotesi e spunti generati dai quesiti vengono annotati (ad esempio alla lavagna o su un foglio condiviso) e poi discussi collettivamente. L’insegnante (o il gruppo stesso) procede a esaminare il materiale emerso, raggruppando le idee simili ed eliminando eventuali duplicate. Questa organizzazione aiuta a dare forma al pensiero prodotto in modo caotico durante la fase divergente.
  • Valutazione e sintesi finale: infine, si passa a una fase più convergente in cui gli studenti, guidati dal docente, valutano le idee raccolte per identificare le soluzioni più adatte o le conclusioni più valide riguardo al problema iniziale. Si riflette sugli spunti emersi, selezionando quelli più promettenti o significativi. In un contesto di problem solving, ciò può condurre alla scelta di una soluzione originale; in un contesto più teorico, può portare a una comprensione più ricca e sfaccettata dell’argomento trattato.

Questa procedura ricalca il modello generale di molte tecniche creative: una prima fase di apertura e generazione libera di idee (divergenza), seguita da una seconda fase di filtro, analisi e applicazione pratica (convergenza). Il concassage incoraggia prima la massima libertà immaginativa e successivamente insegna a valutare criticamente il ventaglio di idee prodotte. In tal modo, gli studenti non solo esercitano la fantasia, ma imparano anche a discernere e sviluppare le proposte più efficaci.

Il concassage per insegnare storia e filosofia

Nella didattica della scuola secondaria, il concassage può rivelarsi particolarmente utile per rendere più attive e partecipative materie tradizionalmente teoriche come storia e filosofia. L’idea di “scuotere” un argomento con domande inconsuete si sposa bene con l’esigenza di stimolare l’interesse degli studenti e di sviluppare il pensiero critico su temi complessi. Inoltre, creatività e pensiero divergente sono oggi riconosciuti come competenze chiave da coltivare a scuola, per formare giovani capaci di affrontare problemi reali con flessibilità e originalità.

In ambito storico, ad esempio, un docente potrebbe applicare il concassage introducendo un periodo o un concetto storico e invitando la classe a “bombardarlo” di domande curiose. Poniamo il caso di una lezione sull’Antica Roma: invece di limitarsi a presentare dati e fatti, l’insegnante potrebbe coinvolgere gli studenti chiedendo loro di formulare quesiti insoliti sull’argomento, come: «Chi erano realmente i Romani?», «Dove vivevano esattamente e perché si chiamavano così?», «Possiamo definirli un popolo o una civiltà, e che differenza c’è?», «Esistono ancora oggi dei ‘Romani’ in qualche senso?». Persino domande provocatorie del tipo «Gli abitanti di Roma antica e quelli di altre città, come Napoli, erano tutti Romani allo stesso modo?» possono emergere dal dibattito. Questo approccio inizialmente genera sorpresa e costringe gli studenti a ripensare le conoscenze acquisite, facendo leva sulla loro curiosità. Le risposte e ipotesi che ne scaturiscono – anche le più stravaganti – vengono poi discusse e ricollegate ai contenuti storici, così che la classe costruisca insieme una comprensione più approfondita e critica del tema. L’effetto è duplice: da un lato gli alunni sono più coinvolti, dall’altro sviluppano capacità di analisi multi-prospettica degli eventi storici.

In filosofia, la tecnica del concassage può aiutare gli studenti ad esplorare concetti astratti o problemi etici da punti di vista inediti. Ad esempio, durante lo studio di un concetto come la giustizia, l’insegnante potrebbe incoraggiare la classe a “frantumare” l’idea formulando domande volutamente eterogenee: «Come cambierebbe la definizione di giustizia se la osservassimo in una cultura completamente diversa dalla nostra?», «Che cosa riterrebbe ‘giusto’ un filosofo dell’antica Grecia rispetto a un pensatore contemporaneo?», «Esistono casi in cui ciò che è giusto per qualcuno è sbagliato per altri, e cosa implica questo?». Interrogativi del genere spingono gli studenti a mettere in discussione le definizioni date, a considerare paradossi e prospettive alternative, allenando così il loro pensiero critico. Nel dialogo filosofico che segue, le idee emerse vengono confrontate con le teorie dei vari autori studiati, permettendo di collegare la creatività spontanea degli studenti con i contenuti disciplinari. Anche in questo caso, l’uso del concassage rende la lezione più dinamica: gli studenti diventano parte attiva della costruzione del sapere, anziché semplici recettori, e questo aumenta la loro motivazione e la profondità della comprensione.

Va sottolineato che l’applicazione didattica del concassage non richiede attrezzature speciali, ma un ruolo attivo dell’insegnante come facilitatore. È il docente che stimola inizialmente la classe con qualche domanda fuori dall’ordinario (o che incoraggia gli studenti a porle) e crea un clima di apertura in cui nessuna idea venga subito giudicata errata. Questo clima non valutativo è cruciale perché i ragazzi si sentano liberi di esprimere ipotesi e dubbi senza timore. La discussione che ne deriva può essere guidata con leggerezza dall’insegnante affinché resti produttiva e collegata agli obiettivi formativi. Studi e esperienze sul campo hanno mostrato che gli studenti, anche adolescenti, sono molto ricettivi a questo genere di approccio creativo: quando viene messo in pratica, il concassage riscuote interesse e spesso porta a risultati positivi sia sul piano dell’apprendimento disciplinare sia sul piano dello sviluppo di competenze trasversali. I ragazzi infatti allenano non solo la memoria o la logica, ma anche l’immaginazione, la capacità di collaborazione nel trovare soluzioni e l’abitudine a vedere i problemi da più angolazioni. Tali abilità sono preziose soprattutto in materie come storia e filosofia, dove comprendere la pluralità dei punti di vista e le connessioni tra idee è fondamentale.

Osservazioni finali

La metodologia del concassage rappresenta dunque uno strumento didattico efficace per innovare le lezioni e promuovere la creatività in classe. Come tutti gli strumenti, però, richiede pratica e accorgimenti per essere utilizzata con successo. In fase di pianificazione, l’insegnante deve preparare con cura l’attività: è utile pensare in anticipo ad alcune possibili domande stimolo adeguate all’argomento e al livello della classe, e prevedere tempi e modalità per la discussione collettiva. All’inizio può essere necessario guidare maggiormente gli studenti nella formulazione dei quesiti, ma col tempo la classe imparerà a interiorizzare questo approccio e a porre autonomamente le domande “giuste” per scuotere un tema. È importante mantenere una certa flessibilità: le sessioni di concassage non vanno irrigidite in schemi troppo stretti, perché la spontaneità è parte integrante del processo creativo.

Un altro punto da considerare è che il concassage non sostituisce completamente le altre metodologie didattiche, ma si affianca ad esse. Può essere combinato con momenti di spiegazione tradizionale o con altre attività (come ricerche, lavori di gruppo, visione di video, ecc.), in un’ottica di insegnamento vario e inclusivo. Anzi, proprio la varietà metodologica è spesso la chiave per mantenere viva l’attenzione e coinvolgere diversi tipi di apprendimento. Un approccio creativo come il concassage andrebbe utilizzato quando appropriato, senza diventare l’unico metodo in classe, bensì come risorsa aggiuntiva che arricchisce il percorso didattico.

Dal punto di vista dei risultati, allenare la creatività e il pensiero divergente con tecniche come questa può avere benefici trasversali: aiuta gli studenti a sviluppare una mentalità più aperta, li rende più partecipi e motivati e consente anche a chi ha stili cognitivi differenti (o BES, bisogni educativi speciali) di contribuire secondo le proprie potenzialità. Infatti, quando gli allievi diventano protagonisti attivi dell’attività di apprendimento – ponendo domande, proponendo idee, costruendo conoscenza insieme – è più facile coinvolgerli tutti, ciascuno con i propri punti di forza. Un ambiente del genere favorisce la scoperta, l’apprendimento attivo e la comprensione profonda dei temi studiati, obiettivi che ogni docente di storia, filosofia (o di qualsiasi altra disciplina) ambisce a raggiungere. In conclusione, la lezione “scossa” dal concassage può rappresentare una valida strategia didattica per arricchire l’insegnamento tradizionale, rendendo lo studio un processo più dinamico, collaborativo e formativo per gli studenti di scuola secondaria.


Per approfondire:

 

Pierre Bourdieu

Pierre Bourdieu è stato uno dei sociologi più influenti del Novecento, capace di costruire un impianto teorico originale che ha unito analisi empirica, riflessione epistemologica e critica delle strutture di dominio. La sua opera ha rinnovato profondamente il modo di concepire il rapporto tra individuo e società, mostrando come i comportamenti, le preferenze culturali e le scelte di vita siano plasmati da disposizioni interiorizzate e da meccanismi di potere che attraversano i diversi ambiti della vita collettiva. La sua sociologia della pratica si distingue per la capacità di integrare prospettive diverse e di illuminare gli aspetti meno visibili delle gerarchie sociali.

Pierre Bourdieu

Konrad Lorenz

Konrad Zacharias Lorenz è considerato uno dei principali fondatori dell’etologia moderna, disciplina che ha contribuito a istituzionalizzare delineandone metodi, obiettivi e cornici interpretative. Le sue ricerche sui meccanismi innati del comportamento animale, sull’imprinting e sulla dimensione filogenetica delle condotte istintive hanno influenzato profondamente non solo le scienze biologiche, ma anche la psicologia dello sviluppo, la pedagogia e le teorie dell’aggressività. Il suo approccio – segnato dall’intreccio fra osservazione naturalistica, prospettiva evoluzionistica e riflessione filosofica sulla natura umana – ha offerto una visione innovativa dei processi comportamentali, evidenziando la continuità tra specie diverse e l’importanza delle strutture innate nella regolazione dell’agire.

Konrad Lorenz

Donald Winnicott

Donald Woods Winnicott (1896-1971) è stato uno dei più influenti psicoanalisti del Novecento e una figura centrale della cosiddetta psicoanalisi delle relazioni oggettuali britannica. La sua opera ha contribuito a ripensare radicalmente il rapporto tra madre e bambino, attribuendo alla dimensione relazionale, più che a quella pulsionale, un ruolo fondativo nella costituzione del sé e nello sviluppo della salute psichica. A differenza di Freud e persino di molti suoi contemporanei, Winnicott ha messo al centro dell’indagine clinica e teorica la qualità dell’ambiente primario, evidenziando come la presenza affettiva, il contenimento e la responsività del caregiver siano determinanti per favorire la maturazione dell’individuo. Il suo pensiero si caratterizza per una scrittura limpida e una sensibilità clinica che integra osservazioni pediatriche, intuizioni psicoanalitiche e una profonda comprensione dei bisogni emotivi dell’infanzia.

Donald Winnicott

Edgar Morin

Edgar Morin (1921-2024) è stato un sociologo, filosofo ed epistemologo francese la cui opera, vastissima e articolata, rappresenta uno dei tentativi più coerenti e innovativi di ripensare i saperi contemporanei attraverso la categoria di complessità. La sua riflessione, nata all’incrocio di percorsi intellettuali molteplici – dalla biologia alle scienze cognitive, dalla sociologia alla filosofia della conoscenza – persegue l’obiettivo di superare la frammentazione disciplinare moderna, costruendo un paradigma capace di cogliere l’intreccio, le retroazioni e le ambivalenze che caratterizzano ogni fenomeno umano e naturale.

Edgar Morin

Robert J. Sternberg

Robert J. Sternberg è uno psicologo e ricercatore statunitense di fama internazionale, noto per le sue teorie innovative sull’intelligenza, la creatività, la saggezza e l’amore. La sua opera rappresenta uno dei contributi più originali della psicologia cognitiva contemporanea, per la capacità di coniugare rigore teorico e applicazione pratica. Professore presso la Cornell University, già presidente dell’American Psychological Association, Sternberg ha rivoluzionato il modo di concepire le capacità cognitive, ponendo al centro non soltanto il rendimento intellettuale misurabile, ma la complessità dell’adattamento umano alla vita reale.

Sternberg - Psicologia

Confronto tra Io-penso di Kant e Cogito di Cartesio

Cartesio e Kant propongono concezioni radicalmente differenti circa la natura dell’Io, il suo statuto gnoseologico e ontologico, nonché il ruolo che esso svolge all’interno dell’esperienza conoscitiva.

Io penso di Kant e Cogito di Cartesio

Il Cogito cartesiano: fondamento ontologico e gnoseologico

René Descartes (Meditationes de prima philosophia, 1641) inaugura la filosofia moderna con la ricerca di un fondamento assoluto e indubitabile per ogni sapere. A tal fine adotta il metodo del dubbio iperbolico, sospendendo ogni credenza che possa essere anche minimamente messa in discussione. In questo processo, il filosofo scopre che l’unica certezza incontrovertibile è il fatto stesso del dubitare, che implica un soggetto pensante. Da ciò deriva la celebre formula cogito ergo sum (“penso, dunque sono”): l’esistenza del soggetto pensante è garantita dal semplice atto del pensiero.

Il cogito ha in Cartesio una valenza ontologica: l’Io che pensa è una sostanza, la res cogitans, la cui essenza è il pensiero. Esso costituisce un punto di partenza assoluto e autosufficiente, non solo per la conoscenza, ma anche per la fondazione dell’essere stesso del soggetto. Inoltre, tale Io è immediatamente cosciente di sé: la trasparenza del cogito implica un’identità tra pensiero e coscienza, senza alcuna distinzione fra atto e soggetto.

L’Io penso kantiano: condizione trascendentale dell’esperienza

In Critica della ragion pura (1781/1787), Immanuel Kant riprende la centralità del soggetto, ma ne riformula radicalmente la funzione e lo statuto. L’“Io penso” (Ich denke) non è più il fondamento ontologico della conoscenza, ma la condizione formale, trascendentale, che deve poter accompagnare ogni rappresentazione. In altre parole, non è l’atto attraverso cui si garantisce l’esistenza del soggetto, ma la funzione unificatrice che rende possibile l’esperienza.

L’Io penso è, secondo Kant, un atto dell’autocoscienza trascendentale, ovvero l’unità sintetica dell’appercezione. Essa non è un’intuizione, né qualcosa di empiricamente dato, ma una funzione: l’attività mediante la quale il soggetto lega le molteplici intuizioni sensibili sotto concetti, rendendo possibile l’unificazione dell’esperienza nel tempo. Si tratta dunque di un “Io” formale, vuoto di contenuti, che non conosce se stesso come oggetto, ma solo come punto di convergenza delle operazioni cognitive.

Un esempio concreto può chiarire la distinzione: se vedo una mela, ascolto una voce e ricordo un evento passato, tutte queste rappresentazioni possono essere mie solo se possono essere riferite a un’unica coscienza. L’Io penso è ciò che consente tale riferimento unitario, ma non produce i contenuti, né fornisce conoscenza di sé stesso come sostanza pensante.

Confronto critico: soggetto sostanziale vs soggetto funzionale

La differenza fondamentale tra Cartesio e Kant risiede nel passaggio da una concezione sostanzialistica a una funzionale del soggetto. In Cartesio, l’Io è la prima certezza e fondamento ontologico; in Kant, l’Io è una condizione trascendentale dell’esperienza, che non può mai essere conosciuta empiricamente. Si potrebbe dire che Cartesio pone il soggetto prima della conoscenza, mentre Kant lo colloca nella conoscenza, come forma della sua possibilità.

Inoltre, Cartesio attribuisce all’Io una trasparenza assoluta: il pensiero è immediatamente consapevole di sé. Kant, al contrario, distingue tra l’autocoscienza formale e la conoscenza di sé: l’Io penso accompagna ogni atto conoscitivo, ma non può mai diventare oggetto di un’intuizione pura. Ciò che noi conosciamo di noi stessi, nella riflessione psicologica, è sempre fenomenico (empirico), non noumenico (in sé).

Questa divergenza ha profonde conseguenze sia sul piano epistemologico che su quello metafisico. La fondazione cartesiana porta a un dualismo ontologico netto tra res cogitans e res extensa, tra mente e corpo, con i noti problemi di interazione tra le due sostanze. Kant, invece, supera tale dualismo concentrandosi sulle condizioni di possibilità dell’esperienza fenomenica, rinunciando a ogni pretesa di conoscere la realtà in sé.

Sul piano epistemologico, mentre Cartesio inaugura una concezione deduttiva e fondazionalista della conoscenza, Kant propone una struttura trascendentale, in cui il soggetto non scopre verità innate, ma organizza attivamente il dato sensibile secondo forme a priori.

Aspetto Cogito (Cartesio) Io penso (Kant)
Opera principale Meditationes de prima philosophia (1641) Critica della ragion pura (1781/1787)
Formula chiave Cogito ergo sum (“penso, dunque sono”) “L’Io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni”
Statuto dell’Io Sostanziale: l’Io è una sostanza pensante (res cogitans) Funzionale: l’Io è una funzione trascendentale di unificazione dell’esperienza
Funzione epistemologica Fondamento assoluto e indubitabile della conoscenza Condizione trascendentale di possibilità dell’esperienza conoscitiva
Tipo di coscienza Immediata e trasparente: il soggetto è cosciente di sé nello stesso atto del pensare Autocoscienza formale, non conoscenza empirica né intuizione del sé
Accessibilità dell’Io L’Io è direttamente accessibile nella coscienza L’Io non è conoscibile come oggetto, ma solo presupposto formale
Natura dell’atto Intuizione intellettuale dell’esistenza del soggetto Atto sintetico che accompagna e unifica ogni rappresentazione
Ontologia implicita Dualismo: res cogitans (pensiero) e res extensa (materia) Distinzione fenomeno/noumeno: l’Io è noumenico, ma agisce nel fenomeno
Ruolo nella conoscenza Punto di partenza assoluto e garante del sapere Forma necessaria che rende possibile ogni esperienza coerente
Conoscenza di sé Possibile in modo diretto, tramite il pensiero stesso Solo fenomenica (psicologica), mai noumenica o assoluta
Conseguenze filosofiche Fondazione metafisica del soggetto; problema del dualismo mente-corpo Superamento del fondazionalismo; inizio della filosofia trascendentale
Eredità filosofica Razionalismo moderno, idealismo cartesiano, filosofia della coscienza Idealismo trascendentale (Fichte, Schelling, Hegel), fenomenologia (Husserl), critica del soggetto

Maria Zambrano

Maria Zambrano (1904–1991) è una delle figure più originali e poetiche del pensiero filosofico del Novecento europeo. Spagnola di nascita ma intellettualmente cosmopolita, la sua opera si situa al crocevia tra filosofia, poesia e mistica, con un tono speculativo inconfondibile che rifiuta tanto la rigidità sistematica della metafisica tradizionale quanto l’aridità di certa razionalità positivista. Zambrano concepisce il pensiero come conoscenza salvifica, strumento di rivelazione dell’interiorità e via per rispondere alle grandi domande dell’esistenza. Il suo stile, lirico e immaginifico, si propone non di spiegare il reale, ma di evocarlo, illuminando le zone d’ombra della coscienza e della storia. La sua riflessione, che si confronta con l’eredità di Platone, Agostino, Nietzsche e Unamuno, ma anche con la crisi spirituale del Novecento, si struttura intorno all’idea di una ragione poetica, in grado di penetrare là dove la ragione discorsiva si arresta.

Maria Zambrano

Émile Durkheim

Émile Durkheim (1858-1917) è considerato uno dei fondatori della sociologia come disciplina autonoma e scientifica. La sua opera rappresenta un tentativo sistematico di comprendere i fenomeni sociali nella loro oggettività, attraverso un approccio metodologico rigoroso, ispirato al modello delle scienze naturali ma orientato allo studio dei fatti sociali. La sua riflessione si colloca nell’alveo del positivismo ottocentesco, ma ne supera alcune rigidità proponendo una visione della società come realtà autonoma, dotata di leggi proprie e di una coscienza collettiva che trascende gli individui. I suoi contributi spaziano dalla teoria della solidarietà sociale allo studio del suicidio, dalla funzione della religione al ruolo dell’educazione, ponendo le basi per molte delle successive riflessioni sociologiche, pedagogiche e antropologiche.

Durkheim

Papa Leone X

Papa Leone X, nato Giovanni di Lorenzo de’ Medici, fu uno dei pontefici più rappresentativi del Rinascimento e una figura emblematica della Chiesa pre-tridentina. Appartenente alla potente famiglia fiorentina dei Medici, divenne papa nel 1513, in un momento cruciale per la storia della cristianità e dell’Europa: sul piano politico, era l’epoca delle grandi monarchie assolute e delle guerre d’Italia; sul piano culturale, il Rinascimento raggiungeva il suo apogeo; sul piano religioso, l’unità della Chiesa si trovava minacciata dall’emergere delle istanze riformatrici che avrebbero portato alla Riforma protestante. Leone X incarna le ambivalenze di questo tempo: mecenate raffinato, amante delle arti e delle lettere, fu però anche un politico spregiudicato e un uomo di Chiesa spesso accusato di mondanità e di disinteresse per le riforme spirituali. La sua figura resta centrale per comprendere le tensioni religiose, culturali e istituzionali dell’epoca.

Leone X