10 indicazioni per vivere meglio secondo Aristotele

Aristotele, discepolo di Platone e precettore di Alessandro Magno, è un colosso della filosofia antica. La sua eredità si estende attraverso diverse discipline, dalla logica all’etica, dalla politica alla metafisica.

Aristoele - 10 regole per vivere bene

Ecco un decalogo ispirato alla filosofia di Aristotele su come vivere bene:

  1. Mantieni viva la tua capacità di meravigliarti: per Aristotele, il punto di partenza della filosofia è la meraviglia. Lascia che la tua curiosità sia stimolata dai misteri grandi e piccoli della vita.
  2. Coltiva la curiosità: sii sempre desideroso di ampliare il tuo orizzonte conoscitivo. Aristotele si dedicò a una gamma incredibilmente ampia di argomenti, rivelando un’appetenza insaziabile per la conoscenza.
  3. Guarda bene il mondo che ti circonda: osserva, classifica, analizza. Aristotele fu uno dei primi a promuovere l’osservazione empirica come strada per comprendere il mondo naturale.
  4. Vai alla sostanza delle cose: Sii un indagatore del “sostanziale”, delle qualità essenziali che definiscono gli enti. La metafisica aristotelica si concentra sulle questioni relative all’essere in quanto essere.
  5. Scegli sempre la via di mezzo: nella tua vita, evita gli eccessi, puntando invece all’equilibrio. Aristotele sostiene che la virtù è un punto intermedio tra due estremi.
  6. Esercita la saggezza pratica: prima di agire, pondera le tue decisioni per assicurarti che siano guidate dalla saggezza pratica, o “phronesis”, un concetto che Aristotele tenne in alta considerazione.
  7. Sii cittadino in modo attivo: partecipa attivamente nella vita della tua comunità, mirando al bene comune. Secondo Aristotele, l’uomo è un “animale politico” e la virtù si realizza nell’agire politico e sociale.
  8. Coltiva le amicizie virtuose: Aristotele vedeva l’amicizia basata sulla virtù come la più alta forma di relazione umana. Circondati di persone che incoraggiano il tuo sviluppo morale e intellettuale. 
  9. Aspira alla felicità: Aristotele identifica la felicità come il bene supremo al quale tutti gli altri beni sono subordinati. Riconosci che la felicità è l’obiettivo finale della vita, e agisci di conseguenza. 
  10. Esplora le tue potenzialità: ogni individuo ha delle potenzialità uniche che aspettano di essere realizzate. Aristotele parlava di “entelechia”, la realizzazione del potenziale intrinseco di un essere.
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10 regole per vivere bene che possiamo ricavare da Platone

Ogni epoca ha le sue sfide, ma Platone ci ricorda che le verità fondamentali dell’esistenza umana restano costanti. A oltre duemilacinquecento anni dalla sua morte, le sue idee continuano a offrire ispirazione e saggezza. Non importa se viviamo nell’era digitale o se ci troviamo alle prese con dilemmi inediti; la filosofia platonica, con la sua indagine rigorosa sulla natura della realtà, sull’etica, e sull’anima umana, rimane eternamente pertinente.

10 regole per vivere bene che possiamo ricavare da Platone

Vengono qui proposte 10 regole per vivere bene che possiamo ricavare dalla filosofia di Platone.

  1. Vai oltre le ombre: Platone sostiene che la realtà sensoriale è solo un’ombra di un mondo ideale, più vero e perfetto. Prenditi del tempo per indagare la natura essenziale delle cose e delle persone, al di là delle apparenze superficiali.
  2. Svela il tuo destino: “Conosci te stesso”, l’inciso scritto sul tempio di Apollo a Delfi, è un mantra platonico. Platone riteneva che la conoscenza fosse il ricordo della verità eterna. Rifletti su te stesso e sulla tua vita come veicoli per recuperare questo sapere.
  3. Cerca il confronto: Per Platone, il dialogo e il ragionamento dialettico sono strumenti per raggiungere la verità. Non avere paura di confrontarti con altri punti di vista e di mettere in discussione le tue convinzioni.
  4. Porta l’armonia nella tua anima: l’anima, secondo Platone, è composta da tre parti: razionale, irascibile e appetitiva. Lavora per armonizzare queste parti, privilegiando la razionalità senza trascurare gli aspetti emotivi e desiderativi.
  5. Edifica il tempio della giustizia: nel contesto platonico, la giustizia non è solo un concetto legale, ma l’armonia dell’anima e della società. Aspira a vivere in modo giusto, stabilendo un equilibrio tra le tue necessità personali e quelle della comunità.
  6. Cerca la bellezza: Platone vedeva la bellezza come un riflesso del bene assoluto. Apprezza e crea bellezza nella tua vita come un modo per elevare lo spirito e avvicinarti al bene.
  7. Liberati dalle catene dell’ignoranza: per Platone, l’educazione non è un mero trasferimento di informazioni, ma un processo di liberazione dell’anima. Considera ogni esperienza formativa come un passo verso la libertà intellettuale e spirituale.
  8. Racconta i tuoi miti: Platone vedeva il potere trasformativo delle storie e incoraggiava l’uso di miti come modelli etici e filosofici. Utilizza la potenza delle narrazioni per dare forma e significato alla tua vita.
  9. Sii il guardiano della città: aspira a contribuire al bene della società, prendendo spunto dalla visione platonica di una repubblica governata dai “re-filosofi”, individui saggi e giusti. Sii attivo nel promuovere la giustizia e la saggezza nel tuo ambiente.
  10. Punta alle stelle: Platone credeva nell’immortalità dell’anima e nella sua aspirazione alla trascendenza. In questo modo ci ricorda che siamo fatti non solo di terra ma anche di cielo. Vivi con uno sguardo rivolto non solo al presente terreno, ma anche alle realtà eterne, che vengono prima di noi e che resteranno dopo di noi.
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Il movimento in Aristotele

La questione del movimento in Aristotele è centrale per comprendere la sua ontologia, nonché per penetrare la struttura della sua fisica e della metafisica. Aristotele tratta i concetti di movimento e cambiamento in maniera intercambiabile e identifica quattro tipologie principali di movimento: il movimento sostanziale, il movimento qualitativo, il movimento quantitativo e il movimento locale.

Movimento in Aristotele

Terminologia e struttura della Fisica di Aristotele

Nella traduzione e cura della Fisica di Aristotele da parte di Luigi Ruggiu, edita dalla Mimesis, vengono esplicitamente indicati i termini greci “kynesis” e “metabolé” come sinonimi . Scrive, infatti, Ruggiu: «ciò che indichiamo con il termine “movimento” e che traduce i due significati che Aristotele spesso usa in modo indifferenziato e quasi come sinonimi, e cioè kynesis e metabolé, ricomprende in sé tutte le diverse forme di movimento – generazione e corruzione, alterazione, crescita e diminuzione, traslazione – e cioè rispettivamente – adottando le categorie come schema di riferimento -, il movimento secondo la sostanza, quello secondo la quantità o la qualità o il luogo».  Sempre nel saggio introduttivo all’opera di Aristotele si legge una scansione dei vari libri riconducibili alla Fisica aristotelica: «lo stesso Aristotele ritiene che nella Fisica vi siano due parti essenziali, l’una rivolta alla trattazione del problema dei “principi”, l’altra all’aspetto più specifico del “movimento”. Del primo, fanno parte il primo libro, dedicato alla individuazione dei principi primi del movimento – il sostrato e i due contrari, cioè forma e privazione; il secondo libro, che assume un nuovo inizio e che tratta della physis come principio delle cose che hanno in se stesse il principio del movimento, e quindi della physis come espressione di “causa” nella quadruplice articolazione di causa materiale, causa formale, causa efficiente e causa finale. Infine, il terzo e quarto libro, che, dopo un’analisi del significato che il divenire in quanto tale riveste, prendono in esame gli aspetti strutturali comuni ad ogni realtà che è nel divenire, e cioè rispettivamente l’infinito, lo spazio, il vuoto e il tempo. Il V e il VI libro affrontano la questione del continuo, il quale costituisce una sorta di meta-struttura in quanto è presente in tutti i momenti che caratterizzano il divenire. L’ottavo libro si propone infine la dimostrazione del Motore Immobile come principio primo dal quale il movimento dipende. Il libro settimo mostra una struttura del tutto autonoma rispetto a questo coerente disegno generale, approfondendo una serie di problemi specifici». (cfr. Aristotele, Fisica, Mimesis, Milano, 2007, pp. XVI, XXI-XXII, e in generale da XV a LXVI relative al saggio introduttivo del curatore Luigi Ruggiu)

Fisica V è forse l’unico luogo dove movimento e mutamento vengono distinti in modo più chiaro, che però non rispecchia gran parte della sua trattazione. Alcuni studiosi come Cambiano sostengono che kinesis viene impropriamente tradotto con ‘movimento’, perché il movimento in senso proprio è soltanto quello secondo il luogo. Infatti, nel testo Storia della filosofia occidentale, curato da Giuseppe Cambiano, Luca Fonnesu e Massimo Mori, per quanto riguarda la fisica di Aristotele, nel capitolo curato da Luciana Repici, si legge: «In quanto conoscenza causale di quel particolare tipo di essere che è l’essere in movimento e/o mutamento, la fisica conosce i suoi oggetti secondo il quadruplice paradigma comprendente causa materiale, causa efficiente, causa formale e causa finale. Si tratta ora di sapere che cos’è il movimento e/o mutamento e quali e quanti sono i suoi tipi». Il testo, quindi, tratta i termini mutamento e movimento come sinonimi e intrinsecamente legati. La trattazione prosegue così: «Non esiste infatti movimento e/o mutamento al di fuori delle cose che sono in movimento e/o mutamento; quindi, per sapere che cos’è movimento e/o mutamento bisogna indagare in quali e quanti modi le cose sono e si dicono di essere. Ma questi modi si articolano secondo le diverse categorie (la sostanza, la quantità, la qualità ecc…) […]. Primario come nel caso dell’essere secondo le diverse categorie è il movimento sostanziale, ossia il venire ad essere (generazione) e il cessare di essere (corruzione) di una sostanza, come nel caso della nascita o della morte di un uomo. È questo un movimento primario nel senso che, come le altre categorie esistono in funzione della sostanza e in quanto suoi predicati, così anche gli altri tipi di movimento e/o mutamento non possono esistere senza la sostanza di cui sono proprietà. Solo di qualcosa che è si può dire che si muove o muta secondo le altre categorie, in primo luogo quantità e qualità. […] Ma, oltre ad accrescersi, diminuire e alterarsi, una sostanza può anche spostarsi di luogo» (cfr. G. Cambiano, L. Fonnesu, M. Mori, Storia della filosofia occidentale/1, Dalla Grecia antica ad Agostino, Il Mulino, Bologna, 2014, pp. 186-187). Pertanto, come si evince, per i curatori i movimenti sono quattro e, inoltre, la sostanza non è un movimento di secondo ordine. 

L’Interconnessione tra Fisica e Metafisica

Nel testo Storia della filosofia antica, curato da Franco Trabattoni, innanzitutto si riconosce la compenetrabilità dei due testi aristotelici, Metafisica e Fisica, circa le questioni di fisica. Scrive, infatti, Trabattoni: «la fisica e la filosofia prima non possono essere considerate due scienze del tutto separate, e dunque esclusive una dell’altra. Al contrario, dal momento che la fisica studia i principi generali della realtà con la sola eccezione di ciò che vale esclusivamente per le sostanze immobili, una buona parte del lavoro che essa svolge è incorporato dalla stessa filosofia prima». Parlando, poi, del movimento, Trabattoni afferma: «Quasi all’inizio della Fisica Aristotele spiega che le cose che sono per natura, come risulta da semplice induzione, sono o tutte o in parte soggetto a mutamento (Phys. I 2 185° 12-14) […] Aristotele spiega che gli enti per natura sono quelli che possiedono un principio di movimento interno (Phys. II 1 192b 13-15), ossia che hanno una certa disposizione a muoversi». Trabattoni usa come sinonimi movimento e mutamento. Importante, per il nostro assunto, è però il passo di poco successivo «Non esiste però un unico genere di mutamento. Aristotele, sfruttando la sua dottrina delle categorie, ne individua quattro (Phys III 1 200b 12-201a 9; De gen. Et corr. I capp. 1-5): 1. Secondo la sostanza, che corrisponde alla generazione e corruzione (se una cosa muta secondo la sostanza, ciò che muta è la sua essenza, dunque si distingue dando origine a un’altra cosa); 2. Secondo la qualità (alterazione); 3. Secondo la quantità (aumento e diminuzione); 4. Secondo il luogo (moto locale)» (Cfr. Franco Trabattoni, a cura di, Storia della filosofia antica II Platone e Aristotele, Carocci editore, Roma, 2019, pp. 216, 221). 

Interpretazione simile è offerta da Giovanni Reale, filosofo esperto di filosofia antica, che nella sua opera dedicata ad Aristotele scrive: «La seconda scienza teorica per Aristotele è la “fisica” o “filosofia seconda”, la quale ha come oggetto di indagine la realtà sensibile, intrinsecamente caratterizzata dal movimento, così come la metafisica ha ad oggetto la realtà soprasensibile, intrinsecamente caratterizzata dalla mancanza assoluta di movimento». Scrive, ancora, Reale, che la fisica di Aristotele «non è una scienza quantitativa della natura, ma una scienza qualitativa: paragonata alla fisica moderna, quella di Aristotele risulta, più che una “scienza”, una “ontologia” o “metafisica” del sensibile. […] Non sarà, dunque, motivo di stupore il fatto che si trovino nei libri di Metafisica abbondanti considerazioni fisiche (nel senso precisato) e, viceversa, nei libri di Fisica abbondanti considerazioni di carattere metafisico, giacché gli ambiti delle due scienze sono strutturalmente intercomunicanti». Fatta tale introduzione al tema, confrontandola con la concezione platonica e quella di Parmenide, Reale afferma successivamente: «il movimento (e il mutamento in genere) è precisamente il passaggio dall’essere in potenza all’essere in atto (il movimento è l’atto o l’attuazione di ciò che è in potenza in quanto tale, dice Aristotele)» e a supporto di tale affermazione riporta i riferimenti ai testi di Aristotele, sia della Fisica (Γ 1, 201 a 10 sg.) che della Metafisica (K 9, 1065 b 33). Dal momento che, sostiene Reale, «potenza e atto riguardano le varie categorie e non solo la prima. Per conseguenza, anche il movimento, che è passaggio dalla potenza all’atto, riguarderà le varie categorie (tutte le categorie o le principali)». Anche a supporto di tale interpretazione Reale cita i passi di Aristotele, tratti dal libro della Fisica (Γ 1.2) e Metafisica (K 9). Dopo aver escluso alcune categorie, Reale conclude affermando che «Restano le categorie: 1) della sostanza 2) della qualità, 3) della quantità, 4) del luogo, ed è proprio secondo queste categorie che avviene il mutamento». Reale arriva, poi, a distinguere tra mutamento e movimento (senza, tuttavia, citare la fonte in base alla quale opera tale distinzione) ma subito dopo lega nuovamente divenire e movimento, affermando che «la struttura ilemorfica della realtà sensibile, che necessariamente implica materia e potenzialità, è dunque la radice di ogni movimento», riportando il riferimento ad Aristotele, relativo a Fisica A, 5sgg. E 1-2. (cfr. Giovanni Reale, Introduzione a Aristotele, Editori Laterza, Roma-Bari, 2002, pp. 72-76)

Osservazioni conclusive

La tesi che in Aristotele i termini ‘movimento’ e ‘cambiamento’ siano utilizzati in modo intercambiabile sembra trovare ampio sostegno nella letteratura secondaria. Oltre a questo, emerge un consenso sul fatto che vi siano quattro tipi principali di movimento, in accordo con le categorie aristoteliche. Questa pluralità di tipi di movimento e la loro articolazione in relazione alle categorie offrono una struttura ontologica e metafisica complessa, che continua ad essere di fondamentale importanza per la filosofia occidentale.

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Il conflitto è madre di tutte le cose

Atene, V secolo a.C. Mentre l’acropoli riflette il bagliore del sole, Socrate, circondato da un gruppo di giovani ateniesi, sfida un sofista di nome Protagora. Socrate, con la sua abituale ironia, pone domande penetranti, cercando di smantellare le affermazioni relativistiche del sofista. Protagora, da parte sua, è un maestro della retorica, abilmente agile nel difendere le sue posizioni. L’aria è densa di tensione, ma anche di eccitazione. Qui, nel cuore della polis, emerge un conflitto profondo tra due visioni del mondo [1].

Capita spesso di leggere nei giornali delle critiche agli intellettuali accusati di essere divisivi, conflittuali, polemici e provocatori. Ci si immagina, in questi casi, che l’intellettuale stia abbandonando il luogo ameno in cui dovrebbe essere relegato, probabilmente la poltrona di casa, per portare scompiglio anziché contribuire all’ordine e a mantenere lo status quo.

Riflettere sulla conflittualità, di idee e valori, diventa fondamentale per comprendere quanto manchino in Italia questo tipo di intellettuali e quanto, invece, siano necessari. Mentre abbondano, purtroppo, polemisti e provocatori.

Il conflitto di idee non è uno scontro retorico

Tornando a parlare di Socrate e del suo scontro con Protagora, vediamo come il conflitto d’idee possa diventare un’arte necessaria alla comunità. Viene utilizzata la parola “conflitto” in modo preciso, come urto, collisione e mescolamento, come in una zuffa, come rivela l’etimologia «cum + fligere», cioè «percuotere insieme». Socrate non dibatte solo per il piacere del confronto, ma percuote le idee dell’interlocutore, le analizza, le critica, le demolisce e le mescola, per guidare gli individui verso la verità e, conseguentemente migliorare la comunità. Tale attività differisce dalla competizione retorica, di cui è un esempio Cicerone, che invece punta alla vittoria oratoria senza necessariamente far evolvere il pensiero. Mentre l’obiettivo di Socrate è etico e legato al bene comune, la competizione retorica può tranquillamente trascurare tali valori.

Il conflitto è potente

Il conflitto-polemos, come insegna Eraclito, è «padre di tutte le cose e di tutte è sovrano e gli uni li disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni li fa schiavi gli altri liberi» [2]. La conflittualità ha da sempre avuto un ruolo centrale nella riflessione filosofica, non solo come mera espressione di disaccordi, ma come catalizzatore di crescita e cambiamento. Il conflitto è potente, ma la sua forza non risiede nel distribuire potere, quanto piuttosto nell’aprire nuove prospettive e creare possibilità. Laddove c’è conflitto, c’è anche l’opportunità di esplorare, di sfidare e di essere sfidati, permettendo la nascita di nuove visioni del mondo.

Tale visione del conflitto si allontana dalla semplice contesa o dalla divisione tra vincitori e vinti. È piuttosto un mezzo per affinare le idee, mettere alla prova le proprie convinzioni e imparare dagli altri. In questo contesto, essere conflittuali non diventa un segno di aggressività, ma un invito alla profonda riflessione e crescita personale.

La filosofia di Hegel ce ne fornisce una chiara illustrazione. Per Hegel, la dialettica – ovvero il processo attraverso il quale le idee si scontrano e si risolvono in una sintesi superiore – è la forza trainante della storia e del pensiero. Il conflitto, nella sua visione filosofica, non è solo inevitabile, ma necessario. L’«immane potenza del negativo», di cui parla il filosofo, non è un’entità distruttiva, ma piuttosto una forza che rompe le vecchie strutture per dar spazio a nuove formazioni. Attraverso l’opposizione e il confronto emergono nuove verità o, per meglio dire, la stessa verità a un livello più alto.

Il conflitto è democratico

Il conflitto genuino di idee è intrinsecamente legato all’essenza della democrazia. Come ha sintetizzato Michela Murgia: «io sono conflittuale perché sono democratica» [3]. La democrazia si basa sull’idea che ognuno abbia il diritto di esprimere la propria opinione, di essere ascoltato, e che queste opinioni possano coesistere e competere pacificamente nello spazio pubblico.
Ancora una volta dobbiamo rifarci alla tradizione greca. Nella polis greca, infatti, l’agorà rappresenta non solo un mercato ma anche un luogo di discussione e di dibattito pubblico, una manifestazione dell’«agire politico», come Hannah Arendt ha scritto in Vita activa. Per Arendt, infatti, la politica non è solo il risultato di azioni, ma è l’azione stessa, avvenuta nello spazio pubblico tra individui unici e distinti.

La filosofia, d’altronde, ha sempre riconosciuto l’importanza di questo confronto. John Stuart Mill, nel suo testo Sulla libertà, ha sottolineato come solo attraverso il confronto e il dibattito possiamo avvicinarci alla verità. Per Mill, persino una falsa opinione ha valore, in quanto mettendo alla prova la verità, la rinforza. Ma Mill avverte anche dei pericoli di una «tirannia della maggioranza», dove le opinioni impopolari vengono soffocate, e sottolinea l’importanza di proteggere la libertà di espressione.

In un sistema democratico, infatti, la pluralità delle voci e delle opinioni è essenziale per garantire una vera rappresentanza dei cittadini. Tuttavia, come la storia di Socrate ci insegna, la conflittualità porta inevitabilmente alla divisione. Ma non dobbiamo pensare che questa divisione sia di per sé negativa. Essere divisivi non significa alimentare cieche tifoserie o scendere in insensate faide. Significa piuttosto delineare chiaramente le posizioni, articolare visioni del mondo diverse e invitarne l’esplorazione. In questa divisione, si presentano mondi che possiamo scegliere di abitare o rifiutare.

Il conflitto non è derisione

La conflittualità è al cuore del nostro stare insieme. Tuttavia, è fondamentale distinguere tra il confronto genuino e la semplice derisione o l’insulto. Il conflitto genuino richiede, come Socrate dimostra, una certa forma di rispetto reciproco. Anche se Socrate spesso demolisce gli argomenti dei suoi interlocutori, lo fa attraverso domande metodiche e profonde e la sua ironia non cade mai nel vilipendio. Questa è la base del metodo socratico: un modo di interrogare che porta l’interlocutore a riconoscere le proprie inconsistenze, spingendolo verso una maggiore chiarezza di pensiero. Del rispetto che dobbiamo avere per l’interlocutore ne ha parlato in modo estremamente chiaro Kant. Come sottolinea Immanuel Kant attraverso il suo concetto dell’imperativo categorico, dobbiamo trattare gli altri non (solo) come mezzi, ma come fini in sé [4]. Questo suggerisce che, anche nel mezzo del conflitto, dobbiamo riconoscere la dignità intrinseca dell’altro e trattarlo con rispetto.

Il conflitto, tuttavia, può snaturarsi e sfociare nel desiderio di sopraffazione. È un altro filosofo, Friedrich Nietzsche, a mostrarci i pericoli della «volontà di potenza», che per Nietzsche si esercita nel porre valori e schemi interpretativi nuovi. La volontà di potenza, che è una forza vitale e auto-creatrice, diventa pericolosa quando diventa un mezzo per schiacciare gli altri piuttosto che per elevare se stessi [5]. Sminuire e ridurre l’altro, attraverso l’insulto e la derisione, è solo un modo per esercitare un potere di dominio. Questo, però, non ha nulla a che fare con la vera conflittualità, che mira a una comprensione più profonda, e diventa piuttosto un tentativo di sopprimere il dialogo stesso.

Martin Buber, nel suo celebre lavoro Io e Tu, ha sottolineato l’importanza di vedere l’altro come un vero interlocutore, un «Tu», piuttosto che come un oggetto di derisione o di disprezzo. Secondo Buber, quando trattiamo l’altro come un vero interlocutore, possiamo entrare in una relazione autentica, che è la base di ogni dialogo profondo e significativo.

Il conflitto non è una provocazione

Il conflitto provoca, perché come insegna l’etimologia «chiama fuori», ma non è una semplice provocazione , intesa come azione concepita per suscitare una reazione, spesso di natura emotiva. La provocazione, infatti, è un’arte superficiale, che gioca con le apparenze e si nutre di reazioni immediate, fa leva sui nostri istinti, sulle nostre fragilità. Al contrario, la conflittualità, intesa come scontro di idee, va oltre la superficie, scavando in profondità, cercando verità e chiarimento e tirandole fuori, affinché possano essere viste, comprese e giudicate. La conflittualità fa leva sulla razionalità, discute i valori. Una provocazione chiude il dialogo, mentre un conflitto autentico lo apre.

La conflittualità svela e rivela i veri elementi in gioco. E qui come non ricordare Martin Heidegger che, nel suo esame dell’essenza della verità (aletheia, ciò che viene svelato), ha sottolineato come questa emerga attraverso un processo di rivelazione e occultamento [6]. Tuttavia, nel contesto del nostro discorso, è evidente che la provocazione tenda più a oscurare che a rivelare.

Il conflitto non è una polemica

Il conflitto di idee trascende la semplice polemica. Mentre il primo si focalizza sulla profondità dell’argomentazione e sulla ricerca di verità, illuminando le molteplici sfaccettature di un problema, la polemica è spesso caratterizzata da una critica superficiale e talvolta acrimoniosa, e spesso cade nella trappola dell’ad hominem, attaccando la persona piuttosto che l’argomento. Inoltre, la polemica può diventare un mezzo per mascherare la propria insicurezza intellettuale, distogliendo l’attenzione dal vero dibattito. Il conflitto di idee non sfugge dagli elementi profondi in gioco e li mette in luce.

Il conflitto fa emergere il dissenso già esistente

Nel nostro mondo moderno, dove le idee spesso diventano trincee e le divisioni sembrano profonde e incolmabili, è essenziale comprendere la vera natura della conflittualità. Essere conflittuali non significa esacerbare gli animi o cercare la discordia per il suo stesso valore. Al contrario, si tratta di far emergere il dissenso, di dare voce a quelle opinioni e sentimenti che, se soppressi, potrebbero trasformarsi in un veleno corrosivo, alimentando sentimenti di impotenza, solitudine e frustrazione. La potenza del dissenso risiede nella sua capacità di sfidare lo status quo, di sollecitare la società a riflettere criticamente e di spingere verso il cambiamento.

Il filosofo olandese Baruch Spinoza ha sostenuto che la libertà di pensiero e di espressione sono essenziali per il progresso della conoscenza e della morale, perché queste vanno di pari passo [7]. In questo senso, il conformarsi del pensiero può solo portare a una stagnazione intellettuale, che è anche una immaturità morale.

Un altro filosofo, Jürgen Habermas, ha parlato di «agire comunicativo», sottolineando l’importanza di uno spazio pubblico in cui gli individui possano discutere liberamente, in condizioni di parità, senza costrizioni o manipolazioni [8]. In questo contesto, il dissenso diventa un mezzo per raggiungere una comprensione intersoggettiva e un consenso genuino.

Il conflitto permette di costruire

Infine, il conflitto spesso è percepito come un elemento di frattura, ma richiede in realtà due qualità essenziali alla costruzione di un orizzonte comune: l’intelligenza e l’empatia. Intelligenza, perché il conflitto richiede capacità di analisi e riflessione per difendere le proprie idee e comprendere le opinioni altrui. Empatia, perché a un livello profondo, il conflitto ci spinge a vedere il mondo attraverso gli occhi dell’altro. Questo non significa essere d’accordo con il suo punto di vista, ma piuttosto comprendere da dove provengono, quali esperienze o credenze stanno guidando le sue opinioni e sentimenti.

Note

[1] cfr. Platone, Protagora

[2] Eraclito, frammento 53

[3] M. Murgia, Istruzioni per diventare fascisti (video)

[4] I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, UTET, 1995, pp. 88

[5] cfr. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra e scritti successivi

[6] M. Heidegger, Segnavia, Adelphi, 1987

[7] cfr. B. Spinoza, Etica

[8] J. Habermas, Teoria dell’agire comunicativo

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Platone

Platone, nato nelle inquietudini della Grecia antica, discepolo di Socrate e maestro di Aristotele, sfidò la percezione della realtà stessa. Nelle sue opere, l’ombra fugace del mondo sensibile è surclassata dalle forme eternamente perfette, concezioni astratte di verità, bellezza e bontà. Fondatore dell’Accademia, dove la filosofia e le scienze si unirono in un dialogo incessante, la sua eredità è un microcosmo di sapere antico.

Vedi anche:

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Il Partito Comunista Italiano

Nato a Livorno il 21 gennaio 1921 con il nome di Partito Comunista d’Italia (poi rinominato Partito Comunista Italiano nel 1943), il PCI diventò, dopo l’esperienza della dittatura fascista, il più importante partito della sinistra italiana.

Antonio Gramsci

Uno dei suoi fondatori, Antonio Gramsci, è stato tra i più importanti intellettuali italiani. Il capo più rappresentativo fu però Palmiro Togliatti, che guidò il PCI negli anni della ricostruzione, facendo diventare i comunisti un attore importante nella nascita della Costituzione. Sul PCI di Togliatti ci sono diverse interpretazioni: alcuni studiosi sottolineano il ruolo del partito nella costruzione della democrazia italiana (anche se mantenne vivo l’entusiasmo rivoluzionario dei suoi militanti), altri storici evidenziano invece il legame stretto di Togliatti con Stalin e con l’URSS, da cui, in pratica, dipendeva ogni scelta del PCI, che approvò perfino la repressione sovietica a Budapest nel 1956. Inoltre, la presenza di un così forte partito comunista e di un debole partito socialista ha impedito per molti anni in Italia l’alternanza al governo, facendo della Democrazia Cristiana il partito della difesa della democrazia italiana dal pericolo sovietico.

Manifesto del Partito Comunista italiano

Negli anni il PCI cominciò a riflettere sulla possibilità di costruire una “via italiana al socialismo”, vista l’impossibilità di arrivare al potere in un’Italia ormai saldamente inserita nell’Alleanza Atlantica. La stagione più vivace del PCI fu quella della guida di Enrico Berlinguer, segretario dal 1972 al 1984: il PCI si allontanò piano piano dall’URSS, progettando la nascita di un “eurocomunismo”, anche se ancora c’erano al suo interno settori vicini a Mosca. Ma in quegli anni c’era anche per il PCI il pericolo della contestazione dei movimenti studenteschi e dei movimenti extra-parlamentari. Berlinguer portò il PCI a collaborare con la DC al governo alla fine degli anni Settanta. Negli anni Ottanta iniziò il declino del partito, che perse voti a ogni elezione e perse anche diverse battaglie politiche e sindacali (la sconfitta nello sciopero della Fiat nel 1980, con la “marcia dei quarantamila”, e la sconfitta al referendum sulla “scala mobile” nel 1985, vinto dai socialisti, sono i simboli di quel tramonto). Solo nel 1989, caduti i regimi comunisti dell’Est, il PCI capì che doveva cambiare e il 3 febbraio 1991 finiva la storia di questo partito, trasformato in Partito Democratico della Sinistra, poi entrato nell’Internazionale Socialista. Il simbolo della falce e martello è scomparso solo nel 1998, con la nascita dei Democratici di Sinistra. E’ così stato possibile per uomini politici provenienti dal PCI arrivare infine al governo e nelle più alte cariche dello Stato: Massimo D’Alema è diventato Presidente del Consiglio dal 1998 al 2000, mentre Giorgio Napolitano, esponente dell’area più moderata del PCI (che dialogava con gli USA), è diventato Presidente della Repubblica nel 2006.

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Definire

Definire è un’operazione fondamentale che consiste nell’individuare le proprietà essenziali di un oggetto o concetto, allo scopo di comprenderne la natura e il significato. Tale operazione è un elemento importante in molti ambiti della conoscenza, come la filosofia, la scienza, il diritto, la politica e la comunicazione.

Le definizioni sono necessarie per eliminare le ambiguità e ridurre la vaghezza. Quando si parla di un concetto o di un oggetto, è importante avere una definizione chiara e precisa per evitare confusioni e fraintendimenti. Ad esempio, se si parla di “democrazia”, è importante definire cosa si intende esattamente per questo termine, altrimenti si rischia di cadere in un’interpretazione errata.

Le definizioni migliorano la comprensione teorica. Quando si studia un argomento, è importante definire i concetti chiave per capire il significato delle teorie e degli studi effettuati su di essi. Ad esempio, se si studia la teoria della relatività di Einstein, è fondamentale comprendere il significato di concetti come “spazio”, “tempo” e “gravità”, per comprendere appieno la teoria.

Le definizioni, infine, possono influenzare la condotta delle persone. Ad esempio, se si definisce il concetto di “rispetto”, si può influenzare il comportamento delle persone, che saranno maggiormente propense ad agire conformemente alle indicazioni date.

Definire

Indicazioni per definire in modo efficace

Le definizioni più comuni sono quelle per genere e differenza, in cui si indica la specie a cui il termine appartiene e si specifica la differenza che lo rende diverso dagli altri della stessa specie.

Per definire in modo corretto ed efficace, è importante seguire le seguenti cinque regole:

1. Specificare gli attributi essenziali della specie

La definizione deve specificare gli attributi essenziali della specie, cioè le caratteristiche che vengono ritenute importanti. Questi attributi devono essere distintivi e indispensabili per identificare il concetto in questione e distinguerlo da altri concetti simili. Ad esempio, per definire la parola “mela”, potremmo dire: “Una mela è un frutto a forma sferica con una buccia sottile, una polpa dolce e succosa e un picciolo nella parte superiore”. In questa definizione, gli attributi essenziali della specie sono la forma, la buccia, la polpa, la dolcezza e il picciolo.

2. Evitare definizioni circolari

La definizione non deve essere circolare, quindi non deve ripetere il termine che sta spiegando nella definizione stessa e non deve usare sinonimi o contrari. Ad esempio, una definizione circolare per la parola “mela” sarebbe: “Una mela è una mela”. Una definizione che utilizza sinonimi o contrari sarebbe: “Una mela è una frutta simile a una pera, ma non è una pera”.

3. Bilanciare l’ampiezza e la strettezza della definizione

La definizione non deve essere né troppo ampia né troppo stretta. Una definizione troppo ampia può includere elementi non essenziali, mentre una definizione troppo stretta può non includere tutti gli elementi essenziali. Ad esempio, una definizione troppo ampia per la parola “mela” potrebbe essere: “Qualsiasi frutto che cresce su un albero”, mentre una definizione troppo stretta potrebbe essere: “Una mela è una varietà di frutta a forma sferica coltivata in Italia”. La definizione corretta dovrebbe essere bilanciata e includere solo gli attributi essenziali della specie.

4. Evitare espressioni oscure

La definizione non deve essere espressa in modo oscuro, ma deve essere chiara e facilmente comprensibile. La definizione deve essere espressa con parole comuni e con un linguaggio semplice, senza utilizzare termini tecnici o troppo specialistici. Ad esempio, una definizione oscura per la parola “mela” potrebbe essere: “Un pomo con una calice protuberanza in cima alla cavità calice”. Invece, una definizione chiara e semplice potrebbe essere: “Una mela è un frutto dolce e succoso di forma sferica con una buccia sottile e un picciolo nella parte superiore”.

5. Preferire definizioni positive a quelle negative

La definizione non dovrebbe essere negativa quando può essere positiva. In altre parole, la definizione non deve spiegare ciò che il termine NON significa, ma ciò che significa effettivamente. Ad esempio, una definizione negativa per la parola “mela” sarebbe: “Una mela non è un agrume”. Invece, una definizione positiva sarebbe: “Una mela è un frutto dolce e succoso di forma sferica con una buccia sottile e un picciolo nella parte superiore”.

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Argomentare

Argomentare significa sostenere una propria tesi, giustificandola attraverso una serie di ragionamenti e argomentazioni. Argomentare è una competenza fondamentale nel mondo moderno, dove è richiesta la capacità di esporre in modo chiaro e convincente le proprie idee, a prescindere dal contesto. 

Per acquisire la competenza dell’argomentazione, è importante esercitarsi attraverso l’osservazione, la lettura e la discussione. Ascoltare le opinioni altrui e discutere con persone che hanno punti di vista diversi può aiutare a migliorare la propria capacità di argomentare e a sviluppare una maggiore consapevolezza critica.

Argomentare

Indicazioni per argomentare in modo efficace

Per rendere le nostre argomentazioni più solide, inoltre, possiamo seguire alcune semplici indicazioni.

  • Precisione: le premesse su cui si basa l’argomentazione devono essere esatte e considerare le misure e le qualità specifiche. Questo significa che le informazioni su cui si fonda l’argomentazione devono essere accurate e verificabili, per evitare di cadere in errori e fraintendimenti.
     
  • Coerenza: le premesse e le argomentazioni non devono contraddirsi a vicenda. Si viola il parametro della coerenza quando si sostiene contemporaneamente due proposizioni che non possono essere vere insieme. Ad esempio, non si può sostenere che il cielo sia blu e allo stesso tempo che sia rosso.
     
  • Rilevanza: le premesse devono essere pertinenti alla conclusione che si vuole dimostrare. Non ha senso argomentare su premesse che non sono strettamente collegate alla conclusione che si vuole dimostrare.
     
  • Accettabilità: le premesse devono essere accettabili dal punto di vista della chiarezza e della certezza. Ciò significa che le informazioni su cui si basa l’argomentazione devono essere comprensibili e verificabili, in modo che chi ascolta o legge possa giudicare la loro validità.
     
  • Sufficienza: le premesse devono fornire un campione esaustivo delle varie tipologie di prove rilevanti. In altre parole, le argomentazioni devono essere sufficienti a sostenere la tesi che si vuole dimostrare.

Laboratorio di argomentazione

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