Celestino V

Nell’oscurità dei secoli emerge la figura di Pietro Angelerio, detto Pietro del Morrone, un’anima luminosa, nata intorno al 1215 a Isernia, tra le valli del Regno di Sicilia, figlio di umili contadini, penultimo di 12 figli. Fin da subito, il suo spirito si orientò verso l’eterno, attratto da una vita che travalicava il materiale. Fu così che trovò la sua casa tra i benedettini, un ordine che prometteva pace interiore e saggezza spirituale.

Era il 1232, e Pietro, appena diciassettenne, sentì il richiamo dei monti d’Abruzzo. Lì, in solitudine, iniziò il suo cammino di eremita, costruendo lentamente una comunità dedita a una vita di estrema austerità e povertà, quella degli uomini e donne che sarebbero diventati noti come i Celestini, ufficialmente riconosciuti come Ordine dei Celestini.

Celestino V

Il destino aveva però in serbo per lui un viaggio che mai avrebbe immaginato: il 5 luglio 1294, tra le mura imponenti di una chiesa in tumulto, dopo oltre due anni di conclave tormentato, a quasi 80 anni Pietro divenne Celestino V, papa di una cristianità in subbuglio. La sua elezione fu accolta con speranze, ma anche con sottintesi maneggi politici. Carlo II d’Angiò, infatti, lo sostenne, forse cercando di sfruttare quella semplicità disarmante e quella purezza per i suoi fini.

Eppure, il sogno del pontificato si rivelò presto un mantello troppo pesante per le sue spalle: le trame politiche e le questioni amministrative erano ben lontane dalla quieta contemplazione dei monti. Con umiltà e una consapevolezza rara, Celestino V comprese i propri limiti e, il 13 dicembre 1294, divenne il primo papa a rinunciare volontariamente al soglio pontificio, segnando un’epoca con il suo “gran rifiuto.”

Dopo l’abdicazione, trovò la sua ultima dimora nel castello di Fumone, confinato ma forse non privo di quella pace interiore tanto cercata. Morì il 19 maggio 1296, a 81 anni, lasciando dietro di sé un alone di mistero e speculazioni. La sua rinuncia, una volta che Bonifacio VIII prese il timone della Chiesa, fu vista da alcuni come una mossa politica, temendo che Celestino potesse essere strumentalizzato dagli avversari.

Eppure, nonostante le ombre del sospetto, il suo nome brillò ancora. Celestino V fu canonizzato il 5 maggio 1313 da papa Clemente V, diventando emblema di umiltà e dedizione spirituale.

La figura di Celestino V, pur vestita di candida umiltà, trovò in Dante Alighieri un giudice severo. Nei versi immortali dell’Inferno, il poeta fiorentino accennò al “gran rifiuto” con parole taglienti e lapidarie. Celestino, nell’interpretazione di Dante, era “colui che fece per viltade il gran rifiuto,” una condanna senza appello che tingeva il suo gesto di una tinta di codardia piuttosto che di coraggiosa umiltà.

 

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