Hegel: il problema dell’Antigone

Una «bella eticità» differente

Questa trattazione dell’Antigone pone anche il problema della «bellà eticità». Come Hegel aveva affermato nelle pagine precedenti a «Lo Spirito», l’individuo che ormai sa la sua singolarità non può essere l’universale, ma può tuttavia diventare universale nell’incontro con gli altri.

Hegel parla di «individualità semplice», dove ogni individuo «mentre è questa individualità, allo stesso tempo è immediatamente universale[1]; e questo è un’illusione nella Fenomenologia.

Il filosofo tedesco riconosce bene che ad uno stadio primitivo gli individui operano una sorta di identificazione collettiva. Ma questa «operazione non regge il vaglio del pensiero» [2]. Hegel afferma che «le masse etiche» sono come il diritto non scritto e infallibile di Antigone, «esse sono. Se io chiedo del loro nascimento e limito al punto della loro origine, io sono già oltre di loro»[3]. Questa identificazione, quindi, ha luogo a patto che si sospenda il pensiero.

Lo spirito, la realtà spirituale è, come il filosofo scrive, fondamento e punto di partenza dell’operare di tutti. Però è anche dissoluzione dell’universale nel sé, ed è questa dissoluzione nel sé, che rende la sostanza effettuale e vitale[4]: «senza soddisfazione di ogni individuo l’universale sarebbe soltanto essenza morta»[5].

L’eticità immediata si configura come un regno di scissione e lacerazione: «Nella sua verità semplice, lo spirito è coscienza e pone i suoi momenti l’uno fuori dell’altro. L’azione lo divide nella sostanza e nella coscienza della sostanza»[6]. Kojève parla di due caratteristiche fondamentali: «calmo equilibrio» e «assenza di trascendenza»; descrivendo «questo equilibrio» come «la calma di una Unruhe, senza la quale sarebbe un Sein (come quello di una società animale)», ed è per questo che la giustizia in questo mondo «ristabilisce l’equilibrio» ma un equilibrio «dinamico, vivente, uno squilibrio “soppresso”»[7].

La polis non aveva ceti o divisioni, ma tutti concorrevano a operare per l’universale; Hegel parla di «partecipazione immediata che tutti, nonostante la diversità delle classi, prendono alle decisioni e azioni di governo»[8]. A differenza di quel che sarà nelle opere successive, nella Fenomenologia il filosofo tedesco apprezza che tutti concorrano alla decisione del governo e non accenna a classi preposte a governare (come sarà la classe generale nella produzione che segue); il problema però è che in questa società immediata il soggetto deve dipendere completamente dall’oggetto e l’uomo ha la sua effettualità solo come citoyen. Questa identificazione immediata, tuttavia, «non è la spettrale rassegnazione di fronte alla necessità del destino: in una sorta di entusiasmo […] l’uomo guadagna, nell’identificazione con gli altri, una nuova certezza di sé»[9]. Tuttavia la coscienza di sé che l’uomo acquista, ossia una coincidenza con una parte o con l’altra dello spirito scisso – legge umana e legge divina –, è un sapere falso e nasconde l’ignoranza, nasconde l’unità delle due leggi e l’appartenere solo ad una.

L’uomo nell’eticità immediata vive nel sapere falso, vive nella scissione e, come abbiamo già visto, per vivere nella comunità deve rinunciare alla sua particolarità, al suo ritorno in sé, alla sua realizzazione. Quindi, «prima ancora che le contraddizioni esplodano in modo chiaro, questo sapere falso, l’illusione di aver risolto il senso della vita dell’identificazione con la comunità, vengono subito pagati con un doloroso senso di disagio e di infelicità»[10]. E Hegel dice esplicitamente che bisogna uscire da questo stato, poiché la verità assoluta consiste nella propria consapevolezza della propria essenza, e quindi non nel suo essere[11].

Nella comunità immediata, inoltre, il livello primitivo e naturalistico di cui è pervasa ha l’effetto di portare la lotta dell’individuo per il riconoscimento, anziché ad un livello di mediazione spirituale, ad uno scontro per la vita e per la morte.

Conseguenza dell’immediatezza è il fatto che la comunità venga tenuta insieme per un fine esclusivamente individuale: la comunità diventa popolo. La sua ragion d’essere diventa così l’esclusione degli altri popoli ed è la forza naturale quella che ne decide l’esistenza. Ma così, come abbiamo già visto, può solo soccombere.

Hegel afferma che l’individuo che non riesce a realizzarsi si concepisce contro la comunità, ma verrebbe subito soppresso se non riuscisse a trasferire la sua lotta per la vita e la morte sul piano della comunità; egli «nulla potrebbe, poiché separandosi dal fine universale esso è solo cattivo e in se stesso nullo, se la comunità stessa non riconoscesse come forza dell’intiero quella della giovinezza, cioè la virilità la quale, non per anco matura, sta tutt’ora al di dentro della singolarità»[12]. La comunità che non concede spazio all’individuo si individualizza a sua volta.

Nell’eticità immediata «l’azione (negatrice) è dunque necessariamente criminale; dunque questa Società stessa è criminale (Schuld) e il suo Schicksal, il suo destino (la vendetta della famiglia), sarà la sua rovina. Il mondo pagano dei Signori è un Mondo tragico»[13]. E Hegel descrive questo mondo attraverso la tragedia sofoclea. Con Antigone il filosofo tedesco mostra la somma contraddizione del mondo greco e la sua dissoluzione.

Nella Fenomenologia Hegel sembra abbastanza differente da quel che scriverà poi sullo Stato. Nelle sue opere successive, infatti, il filosofo arriverà ad una vera e propria «divinizzazione dello Stato, rispetto al quale conseguentemente, gli individui sono soltanto elementi accidentali, che nulla hanno di autonomo da proporre o rivendicare»[14].

In queste opere il filosofo tedesco parla dello Stato come della «sintesi della famiglia e della società civile», in questo «si compenetrano e si fondono il principio della famiglia – che è unità sostanziale, ma immediata e irriflessa – e il principio della società civile – che è il diritto alla particolarità» – così «l’universale non è più astratto perché viene a ricomprendere il particolare, e il particolare non è più unilaterale perché viene ricondotto consapevolmente all’universale»[15]. Il problema però non è che li si voglia armonizzare, o che Hegel affermi che lo stato si articola al suo interno. Il problema è che questa sintesi non viene raggiunta attraverso un cambiamento negli individui; questa sintesi appare già data.

Il filosofo tedesco vede il limite degli stati dell’antichità proprio nel fatto che in questi «la particolarità non era ancora svincolata e affrancata»[16]. Ma tra questi due momenti complementari, il particolare e l’universale, lo Stato ha la priorità; come scrive Norberto Bobbio, in Hegel «nella totalità etica il tutto viene prima delle parti», «è superiore alle parti» e «in quanto si identifica con la vita di un popolo, è un momento della storia universale», quindi «non è né una creazione dell’immaginazione né una costruzione dell’intelletto»[17].

Nelle Lezioni sulla filosofia della storia il filosofo arriva a scrivere: «l’unità della volontà soggettiva con  quella universale è la totalità etica, e nella sua forma concreta, lo stato. Quest’ultimo è la realtà in cui l’individuo ha e gode della sua libertà. […] Nello stato la libertà è realizzata oggettivamente e positivamente. […] L’arbitrio del singolo non è libertà. […] Tutto ciò che l’uomo è, egli lo deve allo stato»[18] e inoltre «lo stato è la vita esistente, effettivamente morale. Esso è infatti l’unità della volontà universale, essenziale, e di quella soggettiva: e questo è la moralità. L’individuo che vive in questa unità ha una vita morale, ha un valore che consiste soltanto in questa sostanzialità».

Il filosofo cita anche qui l’Antigone di Sofocle, dove però l’eroina tragica e complessa della Fenomenologia diventa la custode delle leggi morali, «le quali non sono accidentali ma sono la razionalità stessa». Scrive Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto:

Poiché le determinazioni etiche costituiscono il concetto della libertà, esse sono la sostanzialità o l’essenza universale degli individui, i quali vi stanno solamente come un che di accidentale. Se l’individuo sia, è indifferente per l’eticità oggettiva, la quale è unicamente il permanente e il potere, da cui è retta la vita degli individui. Pertanto l’eticità è stata rappresentata dai popoli come la giustizia eterna, come Dei che sono in sé e per sé, contro i quali il vano impulso degli individui resta soltanto un gioco fluttuante.[19]

Non c’è traccia della libertà arbitraria che, secondo Severino, Antigone presentiva nella Fenomenologia[20]. Qui la libertà consiste «nel conoscere e volere tali oggetti universali e sostanziali, quali sono la legge e il diritto, e nel produrre una realtà ad essi appropriata: lo stato»[21].

Nelle Lezioni sulla filosofia della storia Hegel afferma che «la libertà quale fu in Grecia fu la più bella che mai sia esistita sulla terra […]. I popoli della Grecia hanno costruito degli stati il cui valore etico e la cui bella armonia interna non sono da ricercare nelle istituzioni […] ma nei rapporti dei cittadini fra loro e con l’insieme della comunità»[22].

Sia nell’Enciclopedia che nella Filosofia del diritto, la nozione di spirito oggettivo ne cambia notevolmente l’impostazione. Con lo spirito oggettivo si realizza una comunità perfetta ma il soggetto deve abbandonare la sua autonomia. Rimarca D’Abbiero che «anche se il soggetto, nell’affidarsi allo spirito, trova felicità e protezione, la nozione di spirito oggettivo richiama inevitabilmente il peso della necessità, e non la gioia della libertà»[23].

Hegel dice che l’uomo può raggiungere l’autonomia e la libertà nello stato, ma quest’autonomia e questa libertà sono proprie del cittadino di uno stato, nel vivere le leggi e i doveri come ciò che è a lui sostanziale. E’ «nel dovere» che «l’individuo si libera alla libertà sostanziale»[24]. E come ricordato da Bobbio, Hegel in un saggio arriverà ad affermare che «una legge è giusta, cioè razionale, solo per il fatto di essere legge»[25].

L’ethos, nella semplice identità con la realtà degli individui è come una seconda natura. Il filosofo tedesco afferma che «il diritto degli individui alla loro particolarità è parimenti contenuto nella sostanzialità etica, giacché la particolarità è la guisa esteriormente apparente nella quale l’ethos esiste»[26].

Non c’è più la drammaticità che si poteva leggere nella Fenomenologia; ai due momenti della Fenomenologia – eticità e moralità, dove quest’ultima si configura come superiore – si sostituisce una visione in cui la moralità è il primo gradino di un percorso che porta ad un’eticità perfetta. Ormai esistono solo gradi di perfezione: lo Stato è l’unica realtà.


Note:

[1] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tomo I, p. 347.

[2] Cfr. M. D’Abbiero, Le ombre della comunità, cit., p. 110.

[3] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tomo I, p. 360.

[4] Cfr. Id., Fenomenologia dello Spirito, tomo II, cit., p. 3.

[5] Cfr. M. D’Abbiero, Le ombre della comunità, cit., p. 111.

[6] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tomo II, cit., p. 6.

[7] Cfr. A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, cit., p. 129.

[8] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tomo II, cit., p. 236.

[9] Cfr. M. D’Abbiero, Le ombre della comunità, cit., p. 113.

[10] Ibid.

[11] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tomo I, cit., p. 296.

[12] Cfr. Id, Fenomenologia dello Spirito, tomo II, cit., p. 34.

[13] Cfr. A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, cit., p. 129.

[14] Cfr. G. Bedeschi, Il pensiero politico e giuridico, in C. Cesa (a cura di), Guida a Hegel, Roma-Bari, Laterza, 2004, p. 187.

[15]  Ivi, pp. 184-185.

[16] Cfr. G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, trad. it. di G. Marini, Laterza, Roma-Bari, 1996, § 260.

[17] Cfr. N. Bobbio, Studi hegeliani. Diritto, società civile, stato, Torino, Einaudi, 1981, pp. 10-14

[18] Cfr. G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, vol. I, tr. it., Firenze, La Nuova Italia, 20015, p. 105.

[19] Cfr. Id., Lineamenti di filosofia del diritto, cit., § 145 e aggiunta.

[20] Cfr. G. Severino, Antigone e il tramonto della «bella vita etica» nella Fenomenologia di Hegel, cit., p. 85.

[21] Cfr. G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, vol. I, p. 165.

[22] Cfr. G. Severino, Antigone e il tramonto della «bella vita etica» nella Fenomenologia di Hegel, cit., p. 86-87.

[23] Cfr. M. D’Abbiero, Le ombre della comunità, cit., p. 112.

[24] Cfr. G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, tr. it., Roma-Bari, Laterza, 2004, p.136.

[25] Cfr. N. Bobbio, Studi hegeliani. Diritto, società civile, stato, p. 19.

[26] Cfr. G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, p. 138.

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