Il nome della rosa

“Tale è la forza del vero che, come il bene, è diffusivo di sé”. Che cos’è il male? Ci si pone questa domanda mentre si legge “Il nome della rosa”, scritto da Umberto Eco nel 1980. “Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. Il diavolo è cupo perché sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto”, oppure “l’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro”.

In un’abbazia del 1327 alcuni monaci muoiono in modo misterioso. Il libro è un viaggio in un tempo lontano, nel freddo di novembre, tra le calde mura di un monastero che accoglie, custodisce e nasconde. Ho letto Il nome della rosa quando avevo 15-16 anni. Mi era stato dato da leggere e l’avevo cominciato come un compito. Dopo le prime pagine, però, mi son sentito catapultato in quel l’abbazia, in quell’inverno, tra quei frati e i quei libri. Poche volte mi è capitato di avere dei ricordi così vividi legati a un romanzo. Con Il nome della rosa mi sono reso conto di quanto amassi lo studio di per sé, di quanto fossi attratto dalla conoscenza, dalla letteratura e, anche se ancora non sapevo bene cosa fossero, dalla filosofia e dalla teologia. Nella mia mente si era anche installata l’idea che sarei potuto diventare un monaco. Possibilmente domenicano.

Il nome della rosa

Incipit:

Era una bella mattina di fine novembre. Nella notte aveva nevicato un poco, ma il terreno era coperto di un velo fresco non più alto di tre dita. Al buio, subito dopo laudi, avevamo ascoltato la messa in un villaggio a valle. Poi ci eravamo messi in viaggio verso le montagne, allo spuntar del sole.

Come ci inerpicavamo per il sentiero scosceso che si snodava intorno al monte, vidi l’abbazia.

Citazione:

Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? E fu per questo che rinunciai a quella attività (di inquisitore). Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.

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