I principi fondamentali della Costituzione italiana

Articolo 4


La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

 


Il riconoscimento del diritto al lavoro non significa che ogni cittadino debba aspettarsi che lo Stato gli trovi un lavoro, ma invece che non si può impedire di lavorare (non contrastano con questo principio le norme che, a difesa della collettività, impongono esami e licenze per svolgere un certo lavoro) e che devono esserci degli interventi a favore dell’occupazione. Essi riguarderanno le norme sul collocamento, l’assunzione obbligatoria di invalidi, i lavori pubblici, i finanziamenti alle imprese e altre misure di politica economica.

Quanto al dovere di lavorare, non si vuole imporre una scelta, ma invitare i cittadini a contribuire al benessere generale o con un’attività economica (manuale o intellettuale, dipendente o autonoma) o svolgendo una funzione avente valore sociale e/o culturale (il religioso, la madre di famiglia, l’artista ecc.).

L’importanza del lavoro

Affermare l’esistenza di un diritto al lavoro non è per nulla scontato. Nell’impostazione liberale, per esempio, si escludeva che il lavoro fosse un diritto, cioè qualcosa che, laddove esiste, occorre garantire a tutti. Il lavoro, nel pensiero liberale, è un fatto economico e produttivo, il risultato di un incontro fra domanda e offerta. È nella tradizione socialista, invece, che il lavoro entra a fare parte dei diritti che chiamiamo «sociali».

L’art. 4 è a tutti gli effetti una norma programmatica, che designa cioè un programma; viene dato un obiettivo, ma non vengono indicati i mezzi con i quali conseguirlo né vengono stabilite le sanzioni in caso di inadempimento. Piero Calamandrei, seppur non inizialmente favorevole alle norme programmatiche, successivamente le considerò indicazioni di un futuro da perseguire.

Il lavoro come diritto

In conseguenza dell’affermazione del principio lavorista, lo Stato si deve impegnare concretamente nel promuovere specifiche politiche sociali ed economiche di sviluppo che favoriscano le condizioni per il pieno impiego, nell’interesse generale della nazione. Da questo presupposto derivano tutti quei diritti che sono definiti nell’articolo 35 e negli articoli seguenti (Titolo III – Rapporti Economici). Tali diritti vengono riconosciuti al lavoratore, sia in qualità di singolo cittadino che all’interno delle organizzazioni in cui esercita un’azione collettiva (v. art. 39).

Appare netta la propensione dei costituenti a impregnare la Repubblica in politiche attive per tradurre in pratica il diritto al lavoro, che rimane un obiettivo importante da perseguire e difficile da realizzare.

Il lavoro come dovere

Il lavoro va considerato non solo come un diritto, ma anche come un dovere che il cittadino deve svolgere responsabilmente, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, nella consapevolezza che ogni tipo di lavoro, manuale o intellettuale, contribuisce in pari misura al bene della collettività. Sia a livello materiale che spirituale il lavoro, inteso nel nuovo ordinamento repubblicano come frutto di una libera scelta, contribuisce concretamente al progresso della società civile, in ogni suo aspetto. L’adempimento del proprio lavoro riveste inoltre un elevato significato morale, attraverso il quale ogni cittadino partecipa, in prima persona, allo sviluppo della vita democratica della nostra Repubblica.

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